di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Che la globalizzazione fosse un bluff lo sostenevamo già da tempo. Intendendo per globalizzazione non tanto la libera circolazione delle merci, l’economia e la società rese più aperte dalle nuove tecnologie di trasporto e comunicazione, il mondo diventato più piccolo dopo la fine della guerra fredda, tutti elementi interessanti e carichi di opportunità, quanto il ruolo degli organismi internazionali preposti alla disciplina del nuovo mondo globalizzato, facendo le veci dei vecchi Stati nazionali, privati di parte della propria sovranità. Comprendendo fra i vari enti sovranazionali anche l’attuale forma di Unione europea. Un bluff perché alla fine, di fronte ai problemi stringenti, economici e sociali, il libero mercato mostra i suoi limiti e alla fine ogni nazione continua a contare, come prima, essenzialmente su se stessa, per di più avendo minori spazi di libertà e autogestione, in un confronto internazionale che non sembra più aperto, ma che al contrario appare stringente e vincolante più che nel passato. Lo sostenevamo quando in nome dell’austerity, Fmi, Bce e Commissione Ue dettavano regole controproducenti per i popoli e gli Stati, lo affermavamo rispetto alle crisi politiche che negli ultimi anni hanno destabilizzato il Nord Africa e il Medio Oriente, lo facevamo notare quando di fronte alla crisi migratoria i Paesi più esposti, in Europa quelli mediterranei, dovevano sobbarcarsi gran parte degli oneri di gestione e accoglienza. Ancora però si trattava di problematiche gestibili, nonostante le grandi difficoltà, ricadute soprattutto sulle fasce più deboli della popolazione. Ora, con un’emergenza sanitaria, sociale ed economica di proporzioni inaudite come quella nata a seguito della diffusione del Covid-19, gli enormi limiti, gli errori grossolani o forse gli interessi particolari alla base dell’attuale modello di globalizzazione si sono rivelati in tutta la loro gravità. Lo dimostra eloquentemente l’inqualificabile faccenda delle mascherine di cui hanno estremo bisogno, ora e non fra qualche settimana, gli operatori sanitari del Nord. Lo chiarisce ulteriormente il fatto che un Paese avanzato come l’Italia, con una tradizione manifatturiera di primo livello, dopo anni di delocalizzazioni, per disporre in abbondanza di un prodotto essenziale come questo debba rivolgersi all’estero andando incontro a blocchi e requisizioni. Ci sono invece produzioni da tenere rigorosamente entro i confini nazionali e forse ora è evidente a tutti. Lo testimonia la Ue che “concede” ciò che ci spetta, mentre tutti gli Stati europei ora chiudono progressivamente le frontiere: ubi maior Schengen cessat. Lo testimonia l’Alitalia, che andrà a prelevare i nostri concittadini rimasti bloccati all’estero, chiarendo a tutti e finalmente a cosa serva una compagnia di bandiera e perché deve essere amministrata con rigore per farla funzionare bene, preservandola nell’interesse di tutti. Quando usciremo da questa crisi dovremo ricordarci a cosa serve lo Stato, cos’è la comunità nazionale e perché bisogna averne cura.