di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl
Una delle conseguenze della situazione di emergenza che stiamo vivendo sarà quella di costringerci a profondi ripensamenti, a rivedere le scale valoriali, a rimettere nel giusto ordine di importanza persone e cose. Nel decreto con il quale il governo ha stabilito la chiusura di moltissime attività, per limitare la diffusione del Covid-19, sono stati esclusi diversi settori, considerati troppo importanti per poter essere bloccati. Ma questi settori vanno avanti solo grazie al lavoro di migliaia di persone che, mentre si susseguono gli appelli a restare a casa, devono invece uscire, rischiando più degli altri per il bene della collettività. Sarebbe necessaria un’ulteriore stretta, che provveda alla chiusura di diverse attività rimaste aperte, ma non strettamente necessarie. Esistono comunque dei settori imprescindibili, che non possono essere bloccati pena conseguenze disastrose. Ai lavoratori ancora in attività, garantire la piena applicazione di tutte le procedure e la fornitura dei dispositivi di sicurezza non è un optional, è un obbligo. A nessuno può essere chiesto di lavorare senza sanificazione dei locali, senza avere mascherine, guanti, senza il rispetto delle norme sulle distanze anti contagio. Invece questo è quanto sta avvenendo in diversi casi, come ci testimoniano lavoratori e sindacalisti, sia nel pubblico che nel privato e in ogni parte d’Italia. Le aziende stesse si sono trovate impreparate: mancano le mascherine, mancano certezze su come agire. Occorre comunque provvedere e a questo devono pensare, e subito, le imprese e lo Stato. La situazione, così com’è, è inaccettabile ed ha spinto molti lavoratori a giuste e sacrosante proteste: a pagare non possono essere, ancora una volta, i lavoratori. Che ci si organizzi in fretta, altrimenti, se le disposizioni devono, come è giusto che sia, valere per tutti, i lavoratori non possono essere certo considerati persone di serie B. Anche perché nessuno è diverso di fronte al virus. Non proteggendo adeguatamente gli operai delle fabbriche, i lavoratori della distribuzione che smistano i prodotti che ci portiamo a casa, gli operatori del settore credito, che ci permettono di continuare a mandare avanti le transazioni economiche, i lavoratori dei servizi pubblici essenziali che mandano avanti le nostre città e tutti quelli che sono in attività nei settori ancora operativi, il virus non si fermerà. Perché questi lavoratori interagiscono fra loro, fanno la spesa, poi tornano dalle loro famiglie, vivono al fianco di chi è potuto rimanere a casa. Tutelarli non è solo questione di giustizia nei loro confronti, peraltro doverosa, ma è anche una misura inevitabile affinché il piano di contenimento del contagio sia efficace. La comunità nazionale è unica, il contagio ce lo ricorda, ora è il momento di pensare a chi sta ancora lavorando, nell’interesse di tutti.