La cosa positiva era che, al 31 dicembre, il nostro Paese aveva raggiunto il massimo livello di occupati di sempre, pure se ad iniziare da gennaio la parabola è entrata nella sua curva discendente, al netto, quindi, di quanto sta succedendo in questi giorni; la cosa negativa era che, alla stessa data, le ore lavorate erano ancora sotto il livello del 2008, cosa che di per sé potrebbe anche non essere vista così male, se solo nel frattempo fosse aumentata sensibilmente la produttività, cosa che però, nei fatti, non è avvenuta. La lettura integrata che le istituzioni, dal Ministero del lavoro all’Istat, dall’Inps all’Inali, passando per l’Anpal, offrono del mercato dal lavoro nel nostro Paese non lascia, per la verità, molto spazio all’immaginazione. A fronte di 23,4 milioni di occupati, un livello mai raggiunto prima, si registra una crescita del part time involontario: quasi sette dipendenti su dieci occupati con orario ridotto sono costretti a farlo per decisioni prese dall’alto e non per esigenze di conciliazione fra la vita professionale e la cura della famiglia o degli interessi personali. Un aspetto che emerge prepotente è la crescita della gap con la media europea rispetto al tasso di occupazione: in cinque anni, la situazione è peggiorata di due punti percentuali, superando il muro del 10%. Il tutto senza dimenticare che il Mezzogiorno è venti punti sotto rispetto al Centro-Nord.