di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Alla costante ricerca di un lato positivo, di un’interpretazione incoraggiante della crisi sanitaria in atto, potremmo riflettere sull’Ue e vedere nel Coronavirus una possibilità affinché l’Europa ripensi a se stessa e modifichi il proprio ruolo e il proprio rapporto con gli Stati membri. Finora, va detto, non è successo. Al momento è il nostro Paese ad essere nell’occhio del ciclone nel Vecchio Continente, scontando una trasparenza apparentemente autolesionista, una buona dose di dilettantismo al governo e un proverbiale campanilismo politico e geografico che determina scarsa unità nazionale. Detto ciò, prima di rispolverare il refrain dei soliti italiani pasticcioni rispetto ai più seri e rigorosi nordeuropei, aspettiamo ancora qualche settimana per tirare le somme, dato che non è improbabile pensare a un aumento dei contagi anche negli altri Paesi Ue. L’emergenza, infatti, non riguarda solo l’Italia, tutti gli Stati membri sono in allerta e di conseguenza anche nella gestione dell’Unione le cose potrebbero cambiare. Sarebbe stato opportuno, ad esempio, un coordinamento sulle misure da prendere quando il virus – a detta di Xi e del suo sistema di informazione – era ancora confinato in Cina. Dato che nei Paesi Ue vige il sistema di Schengen e quindi abbiamo frontiere comuni e libera circolazione interna, avremmo dovuto adottare un protocollo unico sull’ingresso delle persone dalle aree focolaio e sui controlli, per tutti, agli arrivi, via cielo, terra e mare. Ora si potrebbe, anche se un po’ in ritardo, riflettere su questo aspetto, piuttosto che pensare di isolare l’Italia. Allo stesso modo sarebbe opportuna una maggiore solidarietà interna dal punto di vista della flessibilità economica necessaria al fine di mettere in campo misure di sostegno all’economia, già provata e ora messa a dura prova dal Coronavirus – e di questo ormai si parla ampiamente – ma anche per potenziare i sistemi sanitari. Si potrebbe stabilire, onde evitare polemiche e dietrologie in atto in questi giorni, una definizione comune del contagio, dei malati e delle vittime da attribuire al virus, delle modalità di controllo e di rilevazione con i tamponi. Non si tratta di cedere sovranità, la sanità è e resta di competenza nazionale, e per fortuna, ma di convincersi che, al fine di affrontare seriamente una situazione eccezionale, servirebbe un coordinamento basato su criteri omogenei. Se, invece, la risposta, anche alla sfida del virus, sarà quella di un’Europa matrigna che bacchetta sui conti e non sa fare praticamente altro, lasciando gli Stati soli a confrontarsi con i propri problemi sociali ed economici – compreso quello delle migrazioni, che in questa situazione si fa ancora più pressante – l’Ue avrà perso un’altra importantissima occasione per dimostrare di essere qualcosa di realmente utile al nostro benessere.