di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Spesso si parla delle crisi come momento di pericolo, ma anche di opportunità di cambiamento in positivo. Speriamo che sia il caso anche dell’emergenza sanitaria attuale, scaturita dall’epidemia di Coronavirus. Ovviamente il primo pensiero riguarda la salute degli italiani, il contenimento dei focolai epidemici, fino ad assicurare la scomparsa della malattia. Così come la salvaguardia del nostro sistema produttivo e dell’occupazione: abbiamo sintetizzato, anche qui sulle pagine della Meta Serale, i provvedimenti che l’Ugl ritiene necessari in questo difficile frangente. Poi però sorgono altre possibili riflessioni sul tema. Sappiamo, ad esempio, che la quarantena ha costretto migliaia di persone lontano dai posti di lavoro, soprattutto in Cina e nei Paesi dell’estremo oriente più colpiti, ma ora anche nelle regioni del Nord Italia e in particolare nelle “zone rosse”. Così alcune aziende private e alcuni enti pubblici, per non fermare le attività, hanno applicato ai propri dipendenti, sani ma costretti in isolamento, lo “smart working”, facendoli lavorare da casa grazie alle possibilità offerte dalle nuove tecnologie. In Cina, dato il numero di persone coinvolte, si è parlato del più grande esperimento di smart working mai attuato finora. Anche da noi fra le misure urgenti adottate dal governo con il decreto legge dello scorso 23 febbraio, ci sono dei provvedimenti che consentono di soprassedere, data la situazione, sugli adempimenti normativi normalmente necessari per l’avvio del lavoro agile. In questo modo, per cause di forza maggiore, molte aziende potranno verificare la validità di questa tipologia di lavoro che permette di conciliare meglio vita privata e impegni professionali eliminando i tempi normalmente dedicati allo spostamento casa-ufficio, riducendo le assenze e incrementando la produttività mediamente del 15-20%, senza poi considerare i risparmi per i datori derivanti da minori costi per l’allestimento delle postazioni di lavoro. Insomma, forse, passata la tempesta del Coronavirus, avremo imparato qualcosa di nuovo anche nell’ambito dell’organizzazione del lavoro. In Italia, infatti, c’è ancora diffidenza sullo smart working e ancora molti datori di lavoro e dirigenti considerano – in modo “novecentesco” – più le ore passate alla scrivania che i risultati effettivamente raggiunti per valutare i propri dipendenti. Invece si tratta di una modalità di lavoro innovativa e che tenderà ad imporsi negli anni futuri, con ricadute positive per la qualità della vita delle persone, eliminando molti spostamenti e forse anche contribuendo a ridurre l’inquinamento generato dai mezzi di trasporto. Un argomento da approfondire con attenzione e da disciplinare in modo lungimirante per minimizzarne gli aspetti potenzialmente negativi, come l’isolamento e la minore coesione fra lavoratori di una stessa azienda e gli effetti su alcuni settori economici come appunto i trasporti, ma anche il commercio e la ristorazione.