di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl
Di fronte alla dura prova che l’Italia sta affrontando, il Coronavirus in sé come emergenza sanitaria, ma anche le conseguenze dal punto di vista economico e sociale, come italiani, ancor prima che come sindacalisti, non possiamo certo pretendere che i governanti risolvano magicamente ogni problema, ma esigiamo, questo sì, che si dimostrino all’altezza del proprio ruolo. E siamo francamente piuttosto delusi. Se il comportamento di un buon politico dovrebbe essere basato su lungimiranza, fermezza e prudenza, qui invece siamo passati dalla minimizzazione alla drammatizzazione nell’arco di una settimana. Solo qualche giorno fa circolavano le immagini festanti del sindaco di Milano Sala a Chinatown contro quella che definiva una “psicosi”, immagini che ora sono state sostituite da quelle del lodigiano in quarantena con tanto di esercito a controllare le frontiere tra la zona rossa e il resto della Lombardia. Se in Toscana il motto era “abbraccia un cinese”, coniato dal primo cittadino di Firenze Nardella, ora risuona il secco no del governatore Rossi al rientro dalla Cina di qualche centinaio di persone che non hanno un alloggio certo, chiedendo alle autorità del Paese asiatico di bloccare in patria i loro connazionali. Al posto del solito Conte ottimista in completo blu, ora abbiamo una nuova versione di Premier in “trincea”, rigorosamente col maglione della protezione civile. Questi cambi repentini di atteggiamento sono ammissibili – forse – fra i cittadini, prima ignari, poi spaventati dal virus, che fanno scorta di viveri e amuchina, non dovrebbero, invece, appartenere agli uomini politici, che, se hanno deciso di prendersi la briga di amministrare e guidare milioni di connazionali, dovrebbero dimostrare poi di esserne all’altezza. Rispolverando il vecchio, ma sempre valido, motto latino: “in medio stat virtus”. Quindi bisognava prima evitare di ridurre una malattia che sta impensierendo tutto il mondo a “poco più che un raffreddore”, smettere di accusare di razzismo tutti quelli che erano preoccupati e gestire meglio la prevenzione del contagio; allo stesso modo ora bisognerebbe cercare di non tratteggiare scenari apocalittici a reti unificate, incolpando ora i medici di non lavorare bene, ora gli altri Stati di non fare i controlli, dando così l’impressione di voler scaricare su altri le proprie manchevolezze. Perché le conseguenze, del primo come del secondo atteggiamento, poi le pagano tutti gli italiani, in termini sanitari, sociali, economici e politici. Ora si chiede, giustamente, collaborazione e unità a tutte le parti politiche e sociali, perché il superiore interesse nazionale deve andare oltre qualsiasi divisione e l’emergenza richiede compattezza e coesione, e questo è sacrosanto, ma certo non si può pretendere una perenne sospensione del giudizio, specie se non ci si decide a cambiare atteggiamento.