di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl
A testimoniare il fatto che il Paese è fermo è arrivata la doccia fredda dall’Inps: a gennaio c’è stata una vera e propria impennata della richiesta di cassa integrazione. Nel mese che si è appena concluso sono state autorizzate 11,9 milioni di ore di cigs, con una crescita complessiva del +57% rispetto a dicembre, del 52% rispetto a gennaio 2019. È aumentata anche la richiesta di cassa integrazione ordinaria, 9,4 milioni di ore, con un totale quindi di 21,3 milioni di ore complessive. La crescita è stata particolarmente accentuata al Sud, i settori maggiormente coinvolti edilizia e industria, ma anche il commercio è in sofferenza. Non solo, aumentano anche le domande di disoccupazione, due milioni nell’arco del 2019, il valore più alto negli ultimi quattro anni, mentre calano i contratti a tempo indeterminato. Anche i dati di Confcommercio – negli ultimi 10 anni sono state chiuse 70mila attività, con una riduzione complessiva del 12% – completano un quadro allarmante. Cosa sta succedendo? Semplicemente le risposte offerte finora per curare i mali vecchi e nuovi del nostro sistema produttivo non sono adeguate. Servono misure corpose, mentre invece assistiamo, specie in questi ultimi mesi, a un approccio timido e conservativo, anche a causa delle litigiosità fra le varie componenti politiche del governo, che impedisce di prendere decisioni e blocca il Paese in uno stato di costante immobilismo. Ora il Premier Conte ha annunciato – di nuovo – un’imminente svolta. Siamo quindi in attesa che si concretizzi, Renzi permettendo, la “fase 2” dell’esecutivo, anche se non è ancora chiaro in cosa sia consistita esattamente la fase 1, poco al di là dell’ordinaria amministrazione. “Mi prenderò qualche giorno per poi lanciare una cura da cavallo per il sistema Italia. Dobbiamo lavorare tutti e ragionare come fossimo in emergenza perché quando ragioniamo di emergenza riusciamo a coordinarci al meglio”, così il Premier. In effetti, dati alla mano, proprio di questo ci sarebbe bisogno. Anche se, lo confessiamo, non abbiamo compreso in quale direzione intenda andare Conte. Ci auguriamo che la sua azione sia finalizzata ad aiutare il sistema produttivo a superare le criticità ormai storiche e a resistere alle nuove sfide del mondo globalizzato, dall’e-commerce alla “guerra dei dazi”, alle conseguenze economiche nel nuovo coronavirus. Senza pensare di tornare indietro alle politiche fallimentari dell’austerity, ovvero più tasse, meno tutele e meno welfare per noi e più libertà, invece, per i mercati. Sarebbe una retromarcia verso il baratro. Chiunque sieda o siederà a Palazzo Chigi. Occorre tutt’altro: sul fronte degli investimenti, sulle politiche attive del lavoro e sulla formazione, sul welfare, sul piano fiscale. Speriamo che il Governo intervenga in questo senso, comprendendo i bisogni reali del Paese grazie a un dialogo concreto e inclusivo con le parti sociali. Il Paese è fermo e va sbloccato al più presto.