di Francesco Paolo Capone

Segretario Generale Ugl

 

È difficile decidere se sia più sconcertante il fatto che in Italia, secondo gli ultimi dati Istat, ci siano state meno nascite nel 2019 rispetto all’anno precedente (toccando il livello più basso di sempre) o se la notizia non sembri suscitare lo sconcerto e la preoccupazione che merita. È grave che una nazione intera non si senta unitamente in lutto non solo e non soltanto per le 116 mila culle vuote, un numero che, anche senza rifletterci troppo, resta impressionante, ma anche per la perdita crescente di speranza che la popolazione dimostra verso il futuro e verso il proprio Paese, concentrato in battaglie ambientaliste contro la plastica e contro lo zucchero. Di questo passo nelle scuole non ci sarà più bisogno di scoraggiare il consumo delle merendine visto che le nascite non compensano naturalmente i decessi, mentre nel frattempo, e per fortuna, aumenta l’aspettativa di vita. A meno che un’età pensionabile sempre più lontana nel tempo non metta a repentaglio anche uno dei pochi paramenti positivi che ancora ci contraddistinguono.
Gli italiani a quanto pare compiono due scelte fondamentali – e se ciò accada per le scarse opportunità o per «narcisismo» delle giovani generazioni, come sostiene il sociologo Giuseppe De Rita, non cambia in ogni caso la sostanza – o non fanno figli o se ne vanno via dalla loro terra spostandosi all’estero o in luoghi del nostro Paese più “ricchi” sia di opportunità economiche sia di servizi. Visto che il bilancio della dinamica di nascite e morti, risultato nel 2019 pari a -212mila unità, traccia il livello più basso nel ricambio naturale degli ultimi 102 anni, non dovremmo essere tutti quanti coinvolti nell’individuare una soluzione vera, reale? Perché non arriva una convocazione urgente da Palazzo Chigi?
È incomprensibile come il quinto campanello d’allarme, per giunta consecutivo, venga così sottovalutato, consumato nel breve dibattito politico di una giornata o al massimo due, nonostante sveli come l’Italia sia diventato un Paese stanco, sempre più vecchio e frammentato territorialmente in divari incolmabili, sociali prima ancora che economici. Lo “svuotamento” di cittadini nel Mezzogiorno e nel Centro (anche se in misura diversa) dimostra che la «questione meridionale» – intorno alla quale si discute (e basta) da decenni –, invece di ridursi e di restare limitata entro un certo confine geografico, si sta aggravando e sta fagocitando, come una sinistra nuvola nera, altri territori d’Italia che proprio del Sud non sono. Insomma, la mancanza di speranza è come un virus.
Ma la rotta si può invertire e si può soltanto – e intanto – partendo da nuove politiche di welfare famigliare e sociale, mirate sia a favorire l’occupazione delle donne sia a incentivare l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, combattendo prima di tutto il precariato. E tutto questo solo per cominciare.