di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Il presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo, ha concesso una lunga intervista a La Verità, tratteggiando, sulla base dei dati dell’istituto che dirige, un’immagine piuttosto desolante del Paese. I numeri sono impietosi, sia che si tratti della situazione economico-sociale, sia che ci si riferisca al saldo demografico.  L’economia è debole, nel terzo trimestre del 2019 il Pil è salito dello 0,1%, a un passo dalla stagnazione, la disoccupazione non cala e rimane stabile attorno al 10%, una quota decisamente troppo alta, la povertà non si arresta, la produttività non sale e l’Italia continua ad avere grandi difficoltà nel competere nel mondo globalizzato, mentre il debito continua a crescere inesorabilmente. Una situazione che crea sfiducia nel futuro determinando un vistoso calo delle nascite, non compensato neanche dall’immigrazione, dato aggravato dall’emigrazione di molti, giovani e non solo, verso altri Stati che offrono prospettive migliori: negli ultimi dieci anni sono emigrati 816mila italiani. E così la popolazione complessiva diminuisce, non era mai successo prima, ma dal 2016 in poi continua a calare. Tutto questo, insieme alla fortunatamente lunga aspettativa di vita provoca l’invecchiamento della popolazione, generando un circolo vizioso di declino sia demografico che economico, con un welfare costoso, ma comunque non sufficiente a eliminare il rischio povertà né a offrire un supporto adeguato anche, ad esempio, dal punto di vista degli aiuti alle famiglie e dei sostegni alla natalità. Se questo, a grandi linee, è il quadro tracciato da Blangiardo, non bisogna comunque cedere allo sconforto. Piuttosto bisogna cercare delle soluzioni utili a invertire la tendenza. Cosa che non spetta certo al presidente dell’Istat, figura tecnica che mette a disposizione rilevazioni statistiche, ma che giustamente per ragioni di ruolo non suggerisce scelte politiche. Questo compito toccherebbe al governo, ma, al momento, le iniziative messe in atto sembrano decisamente timide. Se le proposte dell’esecutivo precedente, piacessero o meno, avevano indiscutibilmente una certa dose di coraggio, una visione di cambiamento radicale in vari importanti settori, ora l’impressione è quella di essere ripiombati in un passato fatto di sostanziale immobilismo, in cui non si riesce a immaginare nient’altro che il mantenimento del – declinante – esistente, con l’esclusione di qualche piccola limatura, di qualche bonus, magari utile e gradito, ma non certo risolutivo. Forse a causa dell’eterogeneità della compagine, anche oggi le polemiche sono all’ordine del giorno, si nota la mancanza di un disegno politico chiaro per affrontare una realtà che deve, in un modo o nell’altro, essere trasformata per garantire un futuro all’Italia, di un progetto che vada oltre l’auto-conservazione delle poltrone e l’antisalvinismo. Il Paese – i dati parlano chiaro – non può permettersi tanta flemma.