di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

È stata pubblicata oggi sul Corriere della Sera una riflessione di Mauro Magatti a proposito degli effetti negativi del cosiddetto “populismo industriale”. La colpa della situazione attuale – ossia l’impoverimento delle classi medie dei Paesi occidentali – sarebbe da attribuire, ad avviso del sociologo ed economista, che riprende una definizione del filosofo francese Bernard Stiegler, di nuovo (come stupirsi?) al “populismo”. Stavolta a quello industriale, precursore di quello politico. Se, però, con questo termine si intende, come fa il professore, la spinta al consumismo, alla precarizzazione del lavoro, al primato dell’economia sulla politica, forse sarebbe stato meglio parlare di “elitarismo industriale”. Sono state, infatti, le grandi aziende multinazionali – e i loro pochi proprietari, azionisti e amministratori – che con le delocalizzazioni hanno puntato sul maggior guadagno a scapito della tutela della qualità del lavoro. Sono state le classi dirigenti globaliste, non certo quelle populiste, a non imporre al commercio mondiale dei vincoli basati su istanze superiori a quelle economiche: istanze sociali, di tutela del lavoro e di rispetto dei diritti, istanze ambientali e di tutela della salubrità dei prodotti. I popoli occidentali hanno soltanto subito decisioni prese dall’alto. Certo, le fasce sociali medio-basse hanno, come le altre, desideri materiali e ciò è perfettamente legittimo. Naturale, specie per i meno abbienti, acquistare la merce più economica. Spetterebbe alla politica comprendere che sotto la facciata invitante dei prodotti e dei servizi a basso costo c’è un circolo vizioso di impoverimento generale e depauperamento progressivo dei diritti e porre dei freni. Il problema non è solo la robotizzazione, ma anche e soprattutto la globalizzazione deregolamentata. La soluzione non può essere quella che si legge tra le righe dell’articolo, ovvero trasformare l’intero sistema economico italiano (se non addirittura europeo) puntando solo su produzioni di eccellenza, di nicchia, con quindi pochi addetti, seppure ad altissimo valore aggiunto. Lasciando i molti esclusi alle cure dell’assistenzialismo. Occorre avere il coraggio di alzare la testa e ripristinare il primato della politica sull’economia. Non solo puntando su competenza e formazione, non solo attraverso una redistribuzione interna in favore degli esclusi e degli inoccupati. Cose giustissime, ma non sufficienti. Bisogna tutelare anche il sistema produttivo tradizionale, l’industria manifatturiera, la produzione agroalimentare, disciplinando finalmente – come finora non è stato fatto – il commercio globale su basi comuni. È innanzitutto così che si difende, sul serio, la dignità del lavoro, la salute, l’ambiente e tutti quei valori che vanno rispettati qui come nei Paesi emergenti. A costo di passare per “populisti”. Il resto – ovvero meno consumismo low cost, merci più sane e centralità del lavoro – verrebbe da sé.