Il cantiere delle pensioni continua ad essere inesorabilmente aperto. Almeno sui giornali, visto che, per il momento, non c’è nulla di scritto, se non quanto previsto in legge di bilancio sulla istituzione di due commissioni di studio, la prima sulla correlazione fra attività lavorativa svolta e speranza di vita e l’altra di comparazione europea della spesa per previdenza e di quella per assistenza. L’ultimo in ordine di tempo ad intervenire è stato il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, che ha usato, per così dire, la carota e il bastone. La carota, perché ha sostenuto che la flessibilità in uscita deve essere riconosciuta e valorizzata. Fissata una soglia di base, il lavoratore dovrebbe essere libero di scegliere quando lasciare il lavoro attivo, facendo tutte le valutazioni del caso. Il bastone, perché la flessibilità ha un costo che si traduce nell’adozione del calcolo contributivo invece del misto, con una perdita secca difficile da quantificare a priori, ma che potrebbe essere a due cifre. Un po’ quello che già oggi accade alle lavoratrici che scelgono di lasciare il lavoro con la cosiddetta Opzione donna. Il ragionamento di Tridico, che non ha convinto i sindacati, poggia sul fatto che dal 2036 tutti andranno in pensione con il sistema contributivo, quando non ci saranno più lavoratori con contributi antecedenti il 1° gennaio 1996. È pur, però, che il 2036 non è esattamente dietro all’angolo.