Scuola, classe e Stato sociale


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Sta facendo discutere il caso di una scuola di Roma, pubblica fra l’altro, che nella propria pagina web evidenziava una differenziazione fra le proprie sedi. Una era destinata ai ragazzi di buona estrazione sociale, un’altra a quelli poveri, un’altra ancora “mista”, con studenti provenienti da famiglie dell’alta borghesia, insieme ai figli dei dipendenti delle stesse famiglie ricche: colf, autisti e badanti. È vero che nell’epoca dei social le polemiche spesso montano sul nulla e probabilmente ci sarà stato qualche fraintendimento, un errore di comunicazione fra ciò che si intendeva dire e come è stato scritto. È anche vero che non viviamo in una società egualitaria, i ricchi e i poveri esistono e, inevitabilmente, le scuole, dislocate nei vari quartieri delle città, rispecchiano nella composizione quella degli abitanti dell’area cui fanno riferimento, non tutti i quartieri sono uguali e questo, giusto o meno che sia, è un dato di fatto. Però l’impressione è che ci sia dell’altro, che la vicenda della scuola romana sia in qualche modo emblematica di una situazione generale che ai più, e anche a noi, inizia a risultare decisamente indigesta. Da sempre la scuola pubblica era considerata da tutti, conservatori e progressisti, in qualche modo una “zona franca”. Almeno lì i ragazzi dovevano essere uguali, senza discriminazioni basate sulla classe sociale di provenienza. Una conquista degli Stati moderni, un modo per cementare il senso di cittadinanza, assieme alla leva obbligatoria. Per far emergere, nonostante le differenze di censo, i meriti e le capacità del singolo, da coltivare non solo per giustizia sociale, ma anche nell’interesse della crescita collettiva. Principi condivisi che si basavano su un’unanime visione che dava allo Stato un preciso ruolo sociale. Questa visione negli ultimi tempi si è persa e al suo posto si è imposta, a destra come a sinistra, una concezione libertaria/liberista, tesa a limitare il ruolo pubblico, lasciando più spazio possibile all’individuo e al privato, anche nel mondo della scuola. Niente divise, niente grembiuli, per non limitare l’espressione della personalità. Massima libertà, per tutti. Poi la libertà ha preso il volto dell’aziendalizzazione e la scuola è stata trasformata in una sorta di impresa, quindi propensa a farsi pubblicità, anche sottolineando il fatto di essere “ben frequentata”. Anche in questo caso, la conseguenza complessiva dell’arretramento dello Stato rispetto al privato è una maggiore importanza del fattore economico, già valore forte, reso ancor più forte dal non avere contrappesi adeguati. Quando parliamo di ripristinare il primato della politica nei confronti dell’economia, di riattualizzare il modello sociale, italiano ed europeo, di sviluppo, parliamo anche di questo. In tutti i campi, comprese le classi scolastiche in cui si formano i nostri figli.