Ilva, il futuro appeso a un filo


In attesa della decisione del tribunale del riesame, parte la cassa integrazione

La passione richiama, di solito, la settimana santa che precede la Pasqua, ma, mai come in questo caso, si lega bene, purtroppo, alle vicende che riguardano l’Ilva, in particolare con riferimento al futuro dello stabilimento di Taranto che appare, ad ogni ora che passa, sempre più appeso ad un filo. È infatti attesa ad ore la decisione del tribunale del riesame, chiamato a giudicare la decisione presa dal giudice Francesco Maccagnano che ha disposto il definitivo spegnimento dell’altoforno 2. Se tutto venisse confermato, allora si aprirebbero le porte della cassa integrazione straordinaria per 3.500 addetti, un numero enorme con un impatto economico e sociale devastante per il territorio. Se consideriamo che, ad oggi, manca ancora un vero piano industriale di rilancio e reindustrializzazione – con o senza i franco-indiani di ArcelorMittal – l’accesso alla cassa integrazione straordinaria rappresenterebbe soltanto un passaggio verso la mobilità e la disoccupazione per le migliaia di lavoratori coinvolti. Quasi 1.300 di questi, peraltro, resteranno a casa nelle prossime tredici settimane in cassa integrazione ordinaria, lo strumento che, normalmente, viene utilizzato per motivazioni temporanee. Uno scenario oggettivamente drammatico con il governo che sembra dimenticare che l’universo Ilva non si ferma a Taranto, ma si estende direttamente o per vie traverse in altre parti d’Italia, ad iniziare dalla Liguria.