Il vertice senza le basi


di Francesco Paolo Capone

Segretario Generale Ugl

In attesa del vertice di maggioranza e del successivo Consiglio dei Ministri, le liti sulla manovra arrivano al grande pubblico ammorbidite e attutite da quei media che in altri tempi, invece, avrebbero annunciato a gran voce l’imminente caduta del governo. Ora si tende a minimizzare, ma i toni sono piuttosto alti. La speranza dell’establishment è che l’esecutivo duri il più possibile e, del resto, un collante formidabile che accomuna M5S, Pd e Italia Viva è la necessità di tenersi ben saldi alla poltrona, finché dura. Specialmente dato il futuro, incerto a causa del vistoso calo dei consensi dei pentastellati e della scissione interna alla sinistra, e reso ancor più aleatorio dal taglio dei parlamentari. Poi c’è la volontà di assicurarsi per l’ennesima volta l’elezione di un Presidente della Repubblica “amico”, come del resto ha anche detto esplicitamente Renzi alla Leopolda: garantire, anche mischiando le carte e con incredibili voltafaccia, “una maggioranza europeista e antisovranista per l’elezione del nuovo capo dello Stato”. Ma a ben guardare, questa certezza di riuscire a mantenersi in sella fino al 2022, anno in cui si sceglierà il nuovo inquilino del Colle, non è poi così granitica. E poi, comunque, c’è l’imminente test delle regionali in Umbria, e nessuno vuole mettere la faccia su provvedimenti antipopolari. Così si spiega la necessità di smarcarsi da una manovra indigesta agli italiani, onde evitare un’ecatombe elettorale. E quindi Renzi e Di Maio hanno preso le distanze dal Documento programmatico di bilancio appena presentato. Il primo chiedendo la soppressione di Quota 100 e criticando la sugar tax e gli altri “microbalzelli”, il secondo strizzando l’occhio a piccoli imprenditori e autonomi finiti nel mirino e quindi sostenendo il mantenimento della Flat Tax parziale avviata dal passato governo e un tetto più alto per l’uso del contante. Insomma, sembrerebbe che a scrivere il testo della manovra siano stati solo Conte e il Pd. Il primo figura tecnica e indifferente quindi al calo dei consensi, il secondo ormai votato solo dal proprio inossidabile zoccolo duro rintanato nei quartieri alti. Gli altri due, M5S e IV, nel tentativo di mostrarsi ancora come movimenti popolari, senza però né il coraggio né la volontà di staccare la spina all’esperimento di palazzo rappresentato dal Conte 2, provano a tenere il piede in due staffe. Ma i cittadini, quelli che con le nuove tasse introdotte dall’esecutivo, in pieno stile Monti, dovranno fare i conti veramente, guardano altrove. Come dimostra Piazza San Giovanni, piena all’inverosimile per la manifestazione della Lega e di tutto il Centro Destra di sabato scorso. Anche in questo caso i media, in modo non certo imprevedibile, hanno messo il silenziatore, offrendo solo il “minimo sindacale” di copertura mediatica a un evento particolarmente imponente.