Editoriale
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Privati censori

I social hanno assunto un ruolo primario nella società contemporanea, ma sono strumenti nelle mani dei privati

di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Da qualche settimana la parola d’ordine sui social – Facebook, Twitter e gli altri – è censurare, oscurare centinaia di profili, specialmente quelli legati al sovranismo e alla destra più o meno estrema. Sulla campagna “moralizzatrice” in atto già sono state spese molte parole da parte dei commentatori e degli opinionisti. Alcuni, quelli più vicini al mainstream, hanno espresso un giudizio favorevole, ritenendo giusto mettere un bavaglio agli account che esprimevano idee a loro avviso “politicamente scorrette”. Altri, quelli di idee sovraniste, ma anche alcuni libertari di destra e di sinistra, hanno considerato, invece, questo come un fatto lesivo della libertà d’espressione, che, in una società che si autodefinisce democratica, dovrebbe essere garantita a tutti a meno che non ci siano – e nella grandissima parte dei casi nei siti oscurati non c’erano – effettive promozioni di comportamenti violenti o illegali. Propendiamo per la seconda opinione. Detto ciò, tutti dovremmo fare un’ulteriore riflessione su un aspetto che non è stato abbastanza approfondito. E cioè quello relativo al ruolo sempre più invasivo che alcune grandi aziende private del Web hanno acquisito nelle democrazie occidentali, grazie alla loro capacità di gestire, orientare e ora anche censurare la comunicazione. I social, appartenenti a privati, hanno assunto un ruolo primario nella società contemporanea. Tutti, dai semplici cittadini ai politici più in vista e finanche le stesse istituzioni e le massime autorità religiose, oggi li utilizzano. Vengono considerati una sorta di “pubblica piazza” virtuale. Non dobbiamo, invece, dimenticare il fatto che non sono spazi pubblici, ma di proprietà privata. Utilizzandoli stiamo acquistando un prodotto, che paghiamo in termini di pubblicità e profilazione, e ci sottoponiamo a regole aziendali. Presi dall’entusiasmo per questa forma di comunicazione capillare e veloce, non si è riflettuto – e legiferato – abbastanza. Forse non si è neanche ben compreso il ruolo dei social, ormai diventati veicolo primario della comunicazione surclassando i mass media tradizionali, nei quali, ad esempio, è presente un servizio pubblico proprio al fine di garantire imparzialità e completezza d’informazione. Se ormai i social network sono parte del vivere civile, potrebbe essere arrivato il momento di iniziare a pensare a regole più stringenti e – perché no? – a un “servizio pubblico del web”, a una forma di social “istituzionale” italiano. Per ora del tema si è parlato limitandosi solo alla questione “fake news” e per le recenti censure ci si è fatti forti del loro essere indirizzate solo a gruppi minoritari ed estremisti, ma dato l’impatto sulla collettività di questi strumenti bisognerebbe invece, superando simpatie e antipatie politiche e giudizi avventati, riflettere un po’ di più sul potere dei nuovi – privati – censori.

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    Ufficiostampa