Editoriale
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Ventisette anni dopo Via d’Amelio

Oggi ricorre il ventisettesimo anniversario della morte del giudice Borsellino

di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Oggi ricorre il ventisettesimo anniversario della morte del giudice Borsellino. Un eroe italiano, un campione della lotta alla mafia, dalla quale fu ucciso, alla cui memoria siamo particolarmente affezionati. Innanzitutto e soprattutto perché, assieme al collega e amico Giovanni Falcone, egli stesso ucciso poche settimane prima, è stato un valoroso difensore della legalità contrastando fino alla fine la criminalità organizzata, ma anche per il suo passato giovanile nel Msi, passione politica poi accantonata quando scelse l’impegno nella magistratura. Il che fa di Paolo Borsellino uno dei più nobili esponenti della destra italiana, interprete dei valori più puri di giustizia e di amor di Patria, dal quale tutti, e noi in particolare che per scelta apparteniamo alla stessa famiglia ideale, dovremmo ogni giorno e concretamente prendere esempio. L’impegno e l’efficacia nella lotta a “cosa nostra” gli costarono la condanna a morte, che venne eseguita il 19 luglio di 27 anni fa quando, con un’autobomba piazzata dai mafiosi sotto l’abitazione della madre, venne ucciso assieme ai cinque agenti della sua scorta, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina ed Emanuela Loi, quest’ultima prima agente di polizia donna a cadere in servizio. Quella di Paolo Borsellino non è certo “una storia semplice”, per citare Sciascia, né, tantomeno, a lieto fine. Non solo, ovviamente, per la sua morte, ma anche perché la durante la sua vita il magistrato si trovò a combattere una guerra resa ancor più difficile dalle ostilità che lo accompagnarono all’interno delle stesse Istituzioni che lui difendeva. La “stagione dei veleni”, la campagna di diffamazione contro il pool antimafia. Lo stesso dopo la sua morte: restano infatti ancora oggi irrisolti molti misteri legati all’attentato di via D’Amelio, si pensi alla sparizione dell’agenda rossa e alle indagini tuttora in corso per depistaggio. In sintesi a causa della presenza di un cancro ancor più malefico della mafia stessa, ovvero la connivenza fra la mafia e una parte deviata dello Stato. Su questo nella giornata di oggi si deve riflettere per poi agire di conseguenza, al fine di onorare degnamente la memoria di Paolo Borsellino, al di là della facile e inutile retorica. Recentemente sono stati resi pubblici gli atti della Commissione Parlamentare Antimafia dal 1963 al 2001, fra questi anche alcune deposizioni di Borsellino in cui il giudice lamentava una mancanza di sostegno alla sua azione. È diventata virale in queste ore la sua frase amara: “Che senso ha essere accompagnato la mattina per poi essere libero di essere ucciso la sera?”. Ecco la lotta alla mafia e a tutte le forme di criminalità va resa concreta mediante tutto il necessario supporto alle attività di chi ogni giorno cerca di combatterla sul campo.

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