Sala può essere clemente, i cittadini romani no


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

È un esempio d’inedito fair play politico, soprattutto in “area Pd”, la difesa d’ufficio del Sindaco di Milano, Giuseppe Sala, nei confronti della sua collega di Roma Virginia Raggi sull’emergenza rifiuti, ormai esplosa, anche a causa, ma non solo, del caldo soffocante di questi giorni. Afferma Sala che a causa del legame un po’ «scricchiolante» – efficace ma non esaustivo eufemismo – tra politica e manager delle partecipate non dai tempi attuali ma anche prima, «non possiamo prendercela oggi con la Raggi. Rimane il fatto che in genere ci vogliono dieci, dodici anni di lavoro, non c’è altra possibilità» per risolvere problemi della portata di quelli che Roma ha avuto e sempre più ha con la raccolta dei rifiuti. Magari fosse l’unico. Fa presto Sala a mostrare una comprensione che, viene il sospetto, potrebbe anche avere scopi del tutto strumentali da un punto di vista politico, visto, quanto meno, che il suo partito, il Pd, nella Capitale di malefatte, proprio in termini di rapporto tra politica e manager e non solo, ne ha fatte davvero tante e molte forse ancora da scoprire. Ma è altrettanto vero che, data una situazione incresciosa e incomprensibile agli occhi del mondo intero e dato l’ingente flusso di turisti che in questi giorni e in generale tutto l’anno popolano le strade della Capitale costellate di immondizia, sparare a zero su Roma e sul suo Sindaco è fin troppo facile e quindi impietoso da parte dal primo cittadino di una metropoli che è inequivocabilmente – e da italiano orgogliosamente – simbolo di ricchezza e di efficienza.
Tuttavia i romani – e in un certo senso anche i turisti, che con la dovuta attenzione si possono osservare camminare palesemente sbalorditi da tanta bellezza costellata da altrettanta inefficienza e sporcizia, – non possono permettersi di essere clementi quanto ha dimostrato di essere oggi Beppe Sala. Non possono perché la situazione sta assumendo i contorni di un’emergenza sanitaria degna, dispiace molto dirlo, di una qualsiasi degradata città del terzo mondo. Basterebbe leggere l’editoriale del direttore de Il Tempo, Franco Bechis, che racconta, tra le altre cose, come all’Ama manchino i guanti per gli operatori predisposti alla raccolta a terra, o le pagine della cronaca locale de Il Messaggero di oggi, con l’allarme lanciato dai medici sul «rischio sanitario», per rendersi conto della vergognosa situazione in cui i cittadini romani sono costretti a vivere, nonostante le altissime tasse pagate per servizi non adeguatamente erogati. Senza dimenticare che l’immagine della città, della mia città, se non fosse per la sua millenaria e gloriosa eredità, sarebbe già irrimediabilmente distrutta agli occhi del mondo intero. Dal calcio alle Olimpiadi, dai rifiuti ai trasporti pubblici, Roma continua a dare di sé l’immagine di una ricchissima signora della più antica nobiltà, imperiale, ormai in arrestabile declino. «Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?», diceva Marco Tullio Cicerone.