di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl
Dall’Eurostat ci è giunta conferma del fatto che i cosiddetti “mammoni”, ossia i giovani maggiorenni che vivono ancora coi genitori, nel nostro Paese sono in aumento. In base ai dati raccolti dall’Ufficio Statistico Ue, relativi al 2017, il 66,4% dei ragazzi tra i 18 e i 34 anni vive ancora in famiglia, percentuale in crescita rispetto all’anno precedente. La media europea è molto più bassa, al 50%, e siamo surclassati in questa classifica da quasi tutti gli altri Stati: peggio di noi solo Croazia, Slovacchia, Malta e Grecia. In dettaglio, sono soprattutto i maschi a vivere più a lungo in famiglia. In Italia arrivano addirittura al 72,7% del totale, mentre la media europea è del 56,2%. Per quanto riguarda le ragazze, sono “mammone” il 59,8% delle giovani italiane, rispetto alla media Ue del 43,5%. Inutile appellarsi a presunte ragioni culturali per spiegare questo fenomeno, la motivazione principale per cui tanti giovani non “spiccano il volo” è di tipo economico. I nostri giovani non riescono a trovare quell’indipendenza e quella sicurezza che solo un lavoro solido e dignitoso può offrire e così preferiscono restare a casa, in attesa di tempi migliori. Le conseguenze sono dannose a livello personale, ma anche collettivo. Talenti mortificati, energie inutilizzate che potrebbero invece contribuire alla crescita economica e sociale del Paese. Effetti anche dal punto di vista demografico: anche chi vorrebbe formare una famiglia è costretto a rimandare e le culle restano vuote. Tutto questo è frutto di scelte sbagliate: politiche del lavoro che hanno reso la precarietà prassi fra i giovani e riforme previdenziali improntate ad un continuo innalzamento dell’età pensionabile, che hanno bloccato il turnover generazionale. Fra le misure necessarie a cambiare questa situazione, una fra le più importanti è il superamento della Fornero. Con l’introduzione di quota 100, che dovrebbe entrare in vigore a breve, una platea di 350mila persone potrebbe andare in pensione il prossimo anno, 800mila complessivamente nel triennio, non solo a vantaggio dei pensionandi stessi, finalmente liberi di godersi il meritato riposo, ma anche dei giovani forzatamente “mammoni”, che potranno, almeno in parte, essere inseriti degnamente nel mondo del lavoro e saranno quindi in grado di costruirsi una vita autonoma.