di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

In questi giorni vicini all’anniversario del 4 novembre è tutto un gran sentenziare a proposito dell’amor di Patria e di fatti e misfatti ad esso collegabili. Con scarsa fantasia e ancor minore senso dell’opportunità, piuttosto che onorare, almeno un giorno l’anno, i nostri caduti, alcuni hanno scelto la data a pretesto, parlando a nuora perché suocera intenda, per condannare i nazionalismi di cent’anni fa al solo scopo di cercare di sottrarre qualche consenso ai sovranismi attuali. Sintetizzare cosa abbia significato la nascita dello Stato nazione nell’era moderna, strettamente collegato alla partecipazione popolare alla cosa pubblica, prima di esclusiva pertinenza ereditaria di nobili e feudatari, sarebbe faccenda complessa, più adatta a storici e politologi. Disquisire sulle atrocità della prima guerra mondiale, maggiori rispetto a quelle delle infinite guerre che accompagnano sin dalle origini la storia dell’uomo in qualunque forma politica sia esso riunito ai suoi simili, e sul loro legame, piuttosto che con le ideologie allora in voga, con le scoperte tecnologiche dell’epoca, ovvero l’utilizzo dell’aviazione e quindi dei bombardamenti e delle armi chimiche anche e per la prima volta contro i civili, sarebbe un discorso lungo e forse difficile. Restando coi piedi per terra si potrebbe semplicemente ricordare, invece, che il sentimento di affetto e rispetto verso il territorio in cui il Fato ci ha fatto nascere dovrebbe essere tanto naturale quanto doveroso, senza che ciò, come appare chiaro a chi non abbia preconcetti, debba ledere in qualche modo le relazioni con chi è, invece, nato altrove. Eppure ancora oggi chi osa dichiarare pubblicamente tale ovvietà – perché ovvietà dovrebbe essere considerata – viene additato come fanatico sciovinista dai soliti soloni del politicamente corretto. Gli stessi che poi si chiedono come mai la nostra bellissima terra sia teatro di dissesti idrogeologici, abusivismi, incendi dolosi, terre dei fuochi e relative catastrofi. Non capendo che, derubricando ogni forma di patriottismo come becera ed inutile, hanno minato alla radice nella cultura diffusa il concetto stesso di rispetto per la terra in cui si è nati. Il sacro suolo è stato ridotto dalla narrazione dominante a semplice materiale inerte. Si nasce qui come si potrebbe nascere altrove. Nessun affetto, nessun rispetto è più dovuto e quindi la terra si trasforma in oggetto indifferenziato. Per alcuni, quelli meno inclini a far proprie le ragioni ambientali, si arriva alle conseguenze estreme: da sfruttare. Se il rischio connesso all’eccessivo amor di Patria è l’odio verso le patrie altrui, senz’altro da scongiurare per il bene di tutti, poco si parla e si è parlato del rischio opposto. Il disamore verso la propria terra comporta nichilismo, opportunismo, egoismo. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.