È certamente importante aver confermato da parte di Lega e M5s, seppur in quest’ultimo caso con qualche minaccia, gli impegni e le promesse che hanno portato alla nascita dell’attuale Governo ovvero «lo smontaggio» della Fornero, «l’avvio» della flat tax, della pace fiscale e del reddito di cittadinanza, più altri provvedimenti che non sono da considerare “corollari” come quelli sui migranti e sulla sicurezza.
Ma l’Istat oggi ha fatto squillare una campanella, richiamando l’attenzione su un punto che è in assoluta risonanza con gli altri appena elencati e senza il quale diventa difficile cambiare profondamente in senso positivo l’Italia: stiamo parlando dell’industria e del suo preoccupante andamento, dovuto a anni di totale assenza di vere politiche industriali sostituite con bonus e sconti fiscali che sono serviti a migliorare le statistiche ma non la situazione reale del Paese, dell’economia e degli italiani. I numeri dicono che a luglio 2018 la produzione industriale ha realizzato una brusca frenata, pari a un calo dell’1,8% rispetto a un mese precedente e dell’1,3% rispetto a un anno fa, oltretutto si tratta della prima «contrazione tendenziale» da giugno 2016 e del risultato peggiore da oltre tre anni (gennaio 2015). A ciò bisogna aggiungere per contrasto, ma fino ad un certo punto, l’andamento della disoccupazione che nel secondo trimestre del 2018 scende al 10,7%, toccando così il livello più basso da sei anni a questa parte nonché raggiungendo e superando il numero degli occupati del secondo trimestre 2008. Un buon risultato quest’ultimo se non fosse che l’occupazione di oggi è il prodotto di una maggiore presenza di dipendenti (77% pari a +2,8 punti) e in particolare di quelli a termine (13,4% ovvero +3,1 punti) e a tempo parziale (18,7% pari a +4,1 punti), confermando quindi la necessità del decreto dignità del Governo che ha come obiettivo quello di portare stabilità nel mercato del lavoro e nella vita delle persone, coniugate, con prole o meno che siano, sperando che in questo modo il mercato interno, intrappolato in una stasi pericolosa, possa prima o poi rimettersi in moto.
La campanella squilla, dunque, e avvisa il Governo della non più rinviabile necessità di rimettere in moto l’industria, che dal riavvio di Ilva come di altre vertenze irrisolte nonché, è l’auspicio, dalla cura delle ferite ancora aperte a Genova, attraverso la realizzazione di una nuova e sicura grande infrastruttura, deve iniziare a vivere una nuova e più produttiva stagione.