di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Quante critiche sono piovute addosso al Governo e quante ne arriveranno ancora, già a cominciare da oggi, proprio perché la sua direzione è ormai chiara: il cambiamento. Un’altra ferita brucia e, si spera, brucerà ancora sulla pelle del Pd: l’Ilva. Una vertenza che il precedente esecutivo non è riuscito a concludere, neanche con il pressing della fine del suo mandato che tutti i ministri, compreso quello dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, hanno giocato fino all’ultimo giorno.
Proprio oggi quegli stessi che hanno votato, voluto e rivendicato il Jobs Act, l’Ape – ovvero un prestito previdenziale offerto come unica via d’uscita dalla legge trappola costruita dai professori Mario Monti e Elsa Fornero -, il bonus degli 80 poi dovuto restituire da non pochi lavoratori, il presunto rinnovo contrattuale, anzi la beffa, per i dipendenti del Pubblico impiego, adesso cercano di intestarsi quale proprio risultato lo sblocco della vertenza Ilva, nonostante sia oggettivamente arrivato soltanto oggi: al n°100 di Governo a guida Lega-M5s, grazie ad una presa di posizione durissima del sindacato da una parte e del Governo dall’altra, in particolare del ministro Luigi Di Maio.
È importante sottolinearlo perché il cambiamento per noi dell’Ugl è considerato da tempo talmente necessario da aver non solo scommesso su di esso, ma da aver voluto dare un reale contributo, accettandone onori e oneri, affinché alla guida dell’Italia non restassero gli stessi che devono essere considerati la causa dei mali sofferti ormai da un decennio da lavoratori e pensionati, giovani e famiglie, disoccupati e poveri.
Dal decreto dignità (che è, tra le altre cose, un primo tentativo mirato a riassorbire l’ingentissimo livello di precarietà iniettato nel mondo del lavoro), passando per il braccio di ferro che il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha da subito voluto con l’Europa sulla questione migranti, passando oggi per l’Ilva si stanno ponendo le basi per un futuro migliore, per un rilancio di tutti i settori produttivi, possibile soprattutto grazie al riavvio del nostro polo siderurgico, e quindi anche l’occupazione, di cui l’Italia ha più che mai bisogno.
Certo non è tutto, certo non basta, ma intanto l’Ilva riparte da 10.700 lavoratori, da un accordo fuori dal Jobs Act e con l’articolo 18 che intende coniugare gli interessi, le esigenze dei lavoratori, del lavoro e dell’industria con quelli dei cittadini, in particolare di Taranto, della salute e dell’ambiente. Un modello che, diversamente dalla disintermediazione dei corpi intermedi tanto amata dall’allora giovane premier Matteo Renzi, vede protagonisti e corresponsabili tutte le parti in causa: dall’azienda ai sindacati, dal Governo nazionale a quelli locali, dai lavoratori ai cittadini, dagli interessi economici a quelli ambientali. Una strategia che si potrà replicare in altre importanti vertenze ancora da risolvere e lasciate insolute da chi oggi si permette ancora di dare lezioni, nonostante il messaggio forte e chiaro arrivato dalle urne. Il buon senso al Governo, è il nostro augurio e il nostro impegno, potrà portare l’Italia fuori da quella palude che induce giovani e anziani ad abbandonare il loro amato Paese.