di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

«L’Europa cerca, a ragione, di darsi una politica e una moneta comune, ma essa ha soprattutto bisogno di un’anima». Le parole del saggista francese André Frossard vanno al cuore di un problema percepito sempre più sensibilmente: qual è il senso, l’utilità, l’obiettivo dell’Unione europea? Il caso della nave Diciotti ha evidenziato, per l’ennesima volta, un dato di fatto: l’Europa è divisa, disgregata, spaccata. Da una parte l’Italia che, lasciata sola, difende i propri interessi nazionali, dall’altra l’Ue che non ha nemmeno rispettato gli ultimi accordi sul ricollocamento volontario ed i conseguenti impegni che – sempre volontariamente – diversi Stati si erano assunti e la cui osservanza avrebbe quantomeno rappresentato un segnale di distensione. Al netto delle strumentalizzazioni politiche che la sinistra fa in tema di migrazioni, un fatto è conclamato: nel Mediterraneo c’è un’emergenza. Pochi giorni fa la stessa Organizzazione mondiale per le migrazioni ha paragonato la crisi migratoria venezuelana a quella che si verifica nel Mare Nostrum, ammettendo, quindi, implicitamente la gravità della situazione che, specialmente il nostro Paese, è chiamato ad affrontare. Un altro dato incontrovertibile è il seguente: né la voce morbida né il pugno duro sembrano risvegliare l’Unione Europea dal proprio torpore. L’Esecutivo gialloverde sta legittimamente mettendo mano concreta a una situazione non più sostenibile: nei primi due mesi del nuovo governo, secondo dati aggiornati al 1° di agosto, gli sbarchi sono infatti diminuiti di oltre 30mila unità rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Ma tutto ciò sta avvenendo con il mancato sostegno di un’Unione a cui il nostro Paese versa ogni anno miliardi di euro di contributi. La domanda che si affaccia, in conclusione è una: cui prodest, a chi giova l’Europa? Può una mera unione monetaria, che si divide sia in tema di strategie internazionali che sulle questioni interne, sopravvivere a lungo restando sorda e minacciosa di fronte ad ogni dissenso e richiesta di aiuto e agitando solo lo spauracchio di eventuali sanzioni in caso di veto al bilancio comunitario? Sarà il tempo a rispondere. Ciò che registriamo, intanto, è il crescere dello scontento nei confronti di un’istituzione zoppicante. Ciò che auspichiamo è che le elezioni europee che si terranno a primavera siano un’occasione di rinnovamento di una classe politica comunitaria che sembra sempre più lontana dal popolo.