di Caterina Mangia

Trentaquattrenne, romano e professore al Politecnico di Zurigo: si chiama Alessio Figalli l’uomo che ha riportato in Italia la medaglia Fields, una sorta di Nobel per la matematica, che non era tricolore dal lontano 1974.
Premiato per «i suoi contributi al trasporto ottimale, alla teoria delle equazioni derivate e alla probabilità», gli studi di Figalli spaziano dal comportamento delle bolle di sapone agli equilibri matematici che sottendono gli spostamenti delle nuvole.
Nato nella Capitale il 2 aprile 1984, l’enfant prodige della matematica ha studiato alla Normale di Pisa per poi vincere una borsa di ricerca al Cnr francese e insegnare prima in Texas, ad Austin, poi al Politecnico di Zurigo. Figalli ha rivelato a Repubblica di non sentirsi un cervello in fuga: «non sono andato via perché l’Italia non mi ha voluto», ha spiegato al quotidiano, «mi sono ritrovato ad essere cittadino del mondo più per caso che per altro». Il professore ha però ammesso che «l’Italia deve riuscire a dare a chi va all’estero le occasioni per poter ritornare con posizioni adeguate, cosa che al momento non succede». Se la medaglia a Figalli è un riconoscimento al sistema formativo italiano, il fatto stesso che il matematico non viva e lavori in Italia, che si aggiunge al fenomeno dei numerosi cervelli in fuga e giovani che sono costretti a cercar fortuna all’estero, spinge a una riflessione sul futuro del nostro Paese. L’Italia deve tornare ad attrarre giovani e talenti, dando loro occasioni e possibilità.