di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl
Altro giro, altro regalo. Non sappiamo se è una malattia soltanto italica o se, piuttosto, è ancora così diffusa nel resto del mondo. Fatto sta che il nostro Paese non perde occasione per firmare appelli e contrappelli contro o a favore di qualcuno. L’ultimo in ordine di tempo è stato quello promosso dalla rivista Rolling Stones contro il vice premier nonché Ministro degli interni, Matteo Salvini. Una copertina con i colori dell’arcobaleno ed una frase che lascia pochi dubbi interpretativi: «Noi non stiamo con Salvini. Da adesso chi tace è complice». Certo l’uso dell’arcobaleno appare fuorviante, come ad accreditare chissà quale atteggiamento omofobo da parte del leader leghista, il quale, semmai, si sta più caratterizzando per una politica di contrasto all’immigrazione irregolare. L’editoriale all’interno della rivista prova a spiegare il senso dell’iniziativa, dicendo, fra l’altro, che occorre «opporci a chi ci porta indietro, a chi ci costringe a diventare conservatori», come se il termine conservatori fosse, di per sé e pregiudizialmente, negativo, per poi aggiungere: «Crediamo, una volta di più, nel soft power della cultura pop». Seguono una serie di nomi (per la verità un po’ meno rispetto al passato), qualcuno noto (Fazio Fazio, Erri de Luca, Daria Bignardi, Gabriele Muccino), qualcuno meno, soprattutto nel versante cantanti ed attori, qualcun altro perché è sempre presente (Fiorella Mannoia) e qualcuno ancora a propria insaputa (Enrico Mentana). Al netto delle battaglie che ognuno può intestarsi e portare avanti, ci mancherebbe altro, resta la sensazione di qualcosa di già visto e che, in passato, ha portato a ricadute drammatiche. Nei giorni scorsi, la Confederazione ha ospitato la presentazione del primo numero di Storia Rivista, una pubblicazione bimestrale che nasce dall’iniziativa di alcuni intellettuali nati e cresciuti nell’alveo della destra italiana. Si è parlato, fra le altre cose, del clima che è montato all’indomani delle proteste studentesche del 1968. Erano gli anni in cui le liste di proscrizione erano ospitate sulla stampa come se niente fosse. Anzi, appariva normale, quasi una conseguenza logica, bastonare, o peggio, la tal persona perché apparteneva ad un sindacato diverso dai normali canoni, oppure perché militava in un partito o perché, per passione o per necessità (ne ha parlato anche Pier Paolo Pasolini), ha scelto di fare il poliziotto o il carabiniere. Si è parlato, fra gli altri, del caso Calabresi, il quale, dopo esser stato accusato da un gruppo di intellettuali, diversi dei quali oggi occupano ruoli di primo piano sulla stampa e sui mezzi di comunicazione in generale, fu “giustiziato” da un commando di Lotta Continua. Qualcuno di coloro che firmò quell’appello non si è mai ricreduto, qualcuno lo ha fatto solo in tempi recenti. Pensiamoci bene, quindi, perché certe cose non si possono fare mai a cuor leggero.