Non siamo sempre d’accordo con l’Ocse, ma la “coincidenza” di oggi va sottolineata. L’insicurezza è il tema che pone in perfetta risonanza il decreto dignità lanciato ieri dal ministro Luigi Di Maio e dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, contestato anche oggi dalle imprese, con l’Employment Outlook 2018 dell’Ocse che in merito alla qualità del mercato del lavoro italiano scrive: «Non sorprende che, dato l’ancora elevato tasso di disoccupazione e l’incidenza di contratti a termine, il livello d’insicurezza nel mercato del lavoro sia il quarto più alto tra i paesi Ocse, dopo Grecia, Spagna e Turchia». L’insicurezza sta nella probabilità di perdere il posto e di restare senza reddito. Un altro tassello dell’insicurezza sta nelle politiche attive del lavoro: «Tra l’1% e il 7% della forza lavoro dei Paesi Ocse perde il posto di lavoro per ragioni economiche. In alcuni Paesi questi lavoratori riescono a trovare un nuovo posto di lavoro molto più rapidamente che altrove», la creazione dell’Anpal «è stata un passo importante ma l’Italia deve continuare a investire nelle politiche attive», ma sappiamo anche che lo stesso Anpal ha avuto problemi con la stabilizzazione del suo personale.
Contrapponendo i rilievi odierni dell’Ocse – il quale peraltro sottolinea anche lo scarso livello dei redditi degli individui e delle famiglie, diretta conseguenza dell’insicurezza del lavoro – al giudizio severissimo delle grandi imprese al decreto dignità non si vogliono creare due spalti da stadio, ma solo mettere a confronto diverse letture della realtà italiana che, nei fatti, sta pesando interamente e da almeno più di decennio sul ceto medio e basso. Per Confindustria il decreto dignità, comunque suscettibile di variazioni in Parlamento, è «un segnale molto negativo», perché «sono le imprese a creare il lavoro», «le regole possono favorire o scoraggiare i processi di sviluppo» e «il risultato (del decreto dignità, ndr) sarà di avere meno lavoro, non meno precarietà». Quest’ultima è una tesi che si ripete da diverso tempo in Italia, ovvero più flessibilità uguale più lavoro, e ha giustificato tante riforme che ci hanno portato a quel lavoro «insicuro» di cui oggi parla l’Ocse. Se per Confindustria «l’incidenza dei contratti a termine sul totale degli occupati è, in Italia, in linea con la media europea», per l’Ocse invece si tratta di un «elevato tasso». Per quanto tempo ancora queste due diverse visioni dello sviluppo si dovranno scontrare sulla pelle delle lavoratrici e dei lavoratori italiani?