di Caterina Mangia

La nota stilista Kate Spade, affermatissima tra le star di Hollywood, si è uccisa nei giorni scorsi nel suo appartamento di New York, all’età di 55 anni. Il famoso chef e scrittore Anthony Bourdain, conosciuto anche per la sua relazione con Asia Argento, si è tolto la vita lo scorso 8 giugno. L’italiana Alessandra Appiano, bellissima scrittrice, giornalista e opinionista tv, è morta lo scorso 3 giugno a causa, dicono gli inquirenti, di un gesto volontario.
Si tratta di volti noti dello star system, che apparentemente avevano tutto ciò che si desidera –  successo, soldi, fama –, ma hanno deciso di rinunciare al bene più grande, la vita.
Nel rispetto della biografia di ognuno, e delle ragioni private, privatissime, che caratterizzano scelte drammatiche come quella di compiere un suicidio, la morte di personaggi così in spicco suscita una riflessione su cosa significhi essere felici in una società, quella di oggi, in cui il successo è legato a standard performativi molto alti e a ritmi di vita talvolta insostenibili.
Sull’onda del suicidio di Kate Spade e di Bourdain, il New York Times ha dedicato un articolo ad uno studio effettuato dal Centers for Disease Control and Prevention: in tutti gli Stati Uniti, Paese che sta vivendo una stagione economica di boom produttivo e occupazionale, la tendenza al suicidio è in crescita costante negli ultimi anni. Insomma, benessere, successo e felicità non sempre vanno di pari passo, e forse, per dirla con Lucio Dalla, “l’impresa eccezionale è essere normale”.
A volte essere sulla cresta dell’onda, lungi dall’avvicinare alla felicità, complica la vita affettiva ed emotiva: lo ha dimostrato la vicenda del dj e produttore svedese Avicii, che si è ucciso lo scorso 20 aprile a Muscat, in Oman. Secondo la famiglia, non avrebbe retto ai ritmi e alle dinamiche del mondo dello spettacolo.
«Il successo», ha detto lo scrittore Dale Carnegie, «è ottenere ciò che si vuole. La felicità è volere ciò che si ottiene».