di Caterina Mangia
«Il carcere come camicia di forza, come immobilità per non far del male è pura follia, è antieducativo. Non appena viene tolto il gesso, c’è subito una voglia di correre e di correre contro la legge. Senza considerare l’assurdo di un luogo dove si accumula la criminalità, che ha un potere endemico maggiore di un virus influenzale».
Lo psichiatra e scrittore Vittorino Andreoli ha descritto bene ciò che il carcere non dovrebbe essere: un luogo votato alla semplice repressione. La reclusione dovrebbe avere come fine la riabilitazione e il reinserimento dell’individuo nella società.
E’ in questo contesto e con l’obiettivo del recupero dei detenuti che è nato il Festival dell’Economia carceraria, che si è tenuto il 2 e 3 giugno alla Città dell’Altra Economia a Roma. L’iniziativa, voluta e realizzata da Semi di Libertà onlus, ha dato vita a una serie di laboratori formativi ed educativi, i cui risultati sono stati una mostra di tele e lavori artistici dei detenuti, una proiezione audiovideo sulle attività che si effettuano nelle carceri e un’esposizione mercato di prodotti che hanno preso vita nelle strutture penitenziarie: dal caffè Galeotto confezionato a Rebibbia ai cavoli e allo zafferano coltivati al Galeorto della Casa Circondariale di Spini di Gardolo, in provincia di Trento, fino alle bevande del birrificio carcerario romano Vale la Pena.
Per Paolo Strano, responsabile di Semi di Libertà, «l’economia carceraria ha tutto il potenziale produttivo per contribuire alla crescita del Paese. E’ un business virtuoso, pulito, solidale, dall’alto valore solidale e rigenerativo».