È partito il fuoco di sbarramento sulle pensioni. O, quanto meno, un neanche troppo velato tentativo di convincere le persone a non lasciare il lavoro in anticipo rispetto ai tempi della Fornero. Scorrendo le pagine di approfondimento di diversi quotidiani, il messaggio che arriva è che Quota 100 non conviene, in primo luogo proprio al lavoratore. Il ragionamento che sta passando è che restare qualche anno in più a lavoro è un affare, perché poi l’assegno sarà più robusto. Ciò è vero; quel che però sembra volutamente sfuggire a diversi commentatori è che la differenza fra quanto si percepirà nei due casi è minima, parliamo di poche decine di euro. Già questo da solo dovrebbe convincere tutti che siamo davanti ad un sacrificio assolutamente accettabile, pure senza considerare il guadagno in salute. Vi è però un secondo passaggio ancora più forte e che, proprio per questo, viene omesso. Facciamo un esempio per chiarire: immaginiamo che il lavoratore riesca ad anticipare il pensionamento di un paio d’anni. Ciò vuol dire prendere ventisei mensilità in più. Anche ipotizzando una riduzione dell’assegno pensionistico del 20% (e parliamo di una differenza enorme), per dieci anni la persona continua ad essere in attivo. Più verosimilmente, la differenza, visto che si tratta di lavoratori anziani con un sistema misto, sarà nettamente inferiore, per cui si potrebbe andare in passivo soltanto dopo quindici-venti anni.