di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Sacko Soumayla, ventinovenne maliano residente in Italia con regolare permesso di soggiorno, era un bracciante agricolo ed anche un sindacalista. È stato ucciso a colpi di fucile in provincia di Vibo Valentia, mentre stava raccogliendo lamiere assieme a due connazionali, rimasti feriti, in una fabbrica abbandonata. Non si può escludere, fra i possibili moventi dell’agguato, l’attività sindacale svolta dal giovane, che chiedeva per sé e per gli altri braccianti condizioni di lavoro più dignitose. Spetta agli organi inquirenti fare piena luce sul suo omicidio ed assicurare alla giustizia i colpevoli. Ma la morte violenta di Soumayla non è un semplice, per quanto tragico, fatto di cronaca. Prova ne è il fatto che la vicenda è da giorni sulle prime pagine di tutti i giornali e ne ha fatto menzione lo stesso neo premier Conte nel suo discorso al Senato in occasione della richiesta di fiducia, ricevendo un applauso unanime dai banchi di Palazzo Madama quando ha affermato che oltre al doveroso pensiero alla vittima ed ai suoi familiari “la politica deve farsi carico del dramma di queste persone e garantire percorsi di legalità”. Il punto, infatti, è proprio questo. Al di là del singolo drammatico evento, questo omicidio, ancora una volta, punta i riflettori su una situazione di sfruttamento del lavoro che in un Paese civile dovrebbe essere intollerabile. Migliaia di persone sono impiegate in agricoltura in modo irregolare, dalle forme più “leggere” di illegalità, con meno giornate o ore di lavoro dichiarate rispetto a quelle svolte e quindi salario inferiore al dovuto, fino ad un vero e proprio neo-schiavismo, con turni di lavoro interminabili e paghe irrisorie. Molti i lavoratori stranieri, stagionali quelli provenienti dagli Stati dell’est europeo, stanziali i migranti che giungono soprattutto dall’Africa, spesso ospitati in situazioni abitative disastrose, costretti dai caporali a ulteriori decurtazioni dal salario per pagarsi alloggio, acqua, cibo in bidonville simili a quella di San Ferdinando dove viveva Soumayla. Una situazione inaccettabile perché rappresenta uno spregio delle leggi e dei contratti che tutelano i diritti dei lavoratori, perché crea una competizione al ribasso nel mondo del lavoro, perché, permettendo l’esistenza di ghetti in cui la vita si svolge in condizioni di degrado, mina la pacifica convivenza civile e la sicurezza, perché dà vita a una concorrenza sleale che danneggia le aziende oneste. A tutti i lavoratori che operano in Italia, cittadini o stranieri che siano, devono essere applicate in toto le norme che regolano il lavoro e che fanno del nostro un Paese civile. Simili situazioni, diffuse e note e non certo eccezionali, devono essere combattute con forza e una volta per tutte dalla politica, specie dalla nuova politica che crede nel cambiamento.