di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl
Una delle ragioni della vittoria delle due formazioni politiche che hanno dato vita al nuovo Esecutivo risiede nella volontà, annunciata da entrambi i partiti in campagna elettorale, di procedere ad una profonda revisione della riforma pensionistica attuata dal Governo Monti. Il riferimento è, naturalmente, alla riforma Fornero, ovvero la legge “lacrime e sangue” sulle pensioni che, dopo l’incresciosa dimenticanza che ha dato origine alla tragedia sociale degli esodati, ha trattenuto in attività lavoratori sempre più anziani al fine di ridurre i costi del sistema previdenziale. Una legge che abbiamo duramente criticato in quanto estremamente punitiva per i lavoratori, costretti a rimanere in servizio oltre i limiti fisiologici imposti dall’età, con danno per la propria ed altrui sicurezza. Responsabile, inoltre, di un blocco del turn-over generazionale dannoso per l’intero sistema economico e sociale. Ora si preannuncia, finalmente, il superamento della riforma Fornero ed il Governo Conti promette di varare a breve una revisione della legge. Al posto del continuo innalzamento della soglia d’età prevista per andare in pensione, in collegamento all’aspettativa di vita – che aveva portato nell’anno in corso l’età pensionabile al venerando traguardo dei 66 anni e 7 mesi, 67 quelli necessari a partire dal 2019 – dovrebbe essere introdotta la “quota 100”. In sintesi per andare in pensione diventerebbero sufficienti un minimo di 64 anni e 36 di contribuzione, purché si raggiunga con la somma di età anagrafica e contributiva il totale di 100. Con, accanto alla quota 100, anche la possibilità di andare in pensione, indipendentemente dall’età anagrafica, con 41 anni e mezzo di contributi. Insomma, un sospiro di sollievo per i lavoratori ormai terrorizzati da un orizzonte pensionistico ogni anno più lontano. I costi dovrebbero aggirarsi, in base alle stime di Lega e Cinquestelle, intorno ai 5 miliardi di euro l’anno. Fondi meno corposi rispetto a quanto molti supponevano e che verrebbero reperiti con una serie di provvedimenti basati sul “contratto di governo”. Oltre a quello, fondamentale, delle coperture, restano, comunque, nodi molto importanti da chiarire: quello relativo al mantenimento dell’adeguamento all’aspettativa di vita, il possibile stop all’Ape social e l’eventuale ripristino di “opzione donna”, ovvero la possibilità per le lavoratrici di andare in pensione a 57-58 anni con un assegno calcolato sulla base del sistema contributivo. La riforma pensionistica targata Lega-M5S dovrebbe partire con una serie di interventi da attuare sin da subito, da completare poi con la prossima legge finanziaria. Ci auguriamo che sia avviato dall’Esecutivo Conti un ampio confronto con le parti sociali al fine di trovare i migliori strumenti volti a superare, in sicurezza, una legge fra le più inique degli ultimi anni.