di Caterina Mangia
Dopo la rottura, ieri, del tavolo su Ilva, resta senza soluzione una vertenza che riguarda oltre 14mila lavoratori, a cui vanno aggiunti quelli di un vasto e variegato indotto.
Carlo Calenda è “contro tutti”: il dimissionario ministro dello Sviluppo Economico oggi spara a zero contro i rappresentanti dei lavoratori, parlando di «populismo sindacale e amministrativo», e chiama «sceneggiata» la loro partecipazione al tavolo sui destini del Gruppo.
Al netto delle ormai ben note uscite del titolare del Dicastero di via Molise, e delle querelle con il Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, che si sono trascinate per lunghi mesi senza sortire risultati, i veri protagonisti di questa vicenda non sono i rappresentanti delle Istituzioni, ma i lavoratori e il loro futuro.
La proposta messa sul tavolo ieri da Calenda, dopo otto mesi di negoziazioni e 32 incontri, prevedeva l’assunzione di 10mila lavoratori nella nuova Ilva di ArcelorMittal, il trasferimento di altri 1500 in una newco creata da Invitalia, e una futura quanto fumosa “soluzione occupazionale” per i restanti 2300 dipendenti in capo alla vecchia Ilva in amministrazione straordinaria, che nel 2023, a fine piano, sarebbero potuti restare senza prospettive. Sulla carta, i conti tornano. Nella realtà, molto meno: il piano industriale di ArcelorMittal, infatti, prevede che a regime, tra cinque anni, nella nuova Ilva restino soltanto 8500 lavoratori. Che fine faranno i restanti 1500? Resta inoltre il fatto che non è stato registrato alcun passo indietro da parte di ArcelorMittal sulla volontà di incidere sulla parte variabile del premio di produzione. Altro nodo cruciale: può un governo dimissionario essere garante di un accordo che prevede interventi a lungo termine? Nel corso del tavolo di ieri, i sindacati hanno avanzato dubbi sulla legittimità di Calenda a trattare: in effetti, la convocazione di un tavolo proprio sul crinale della fine dell’esecutivo in carica, e della formazione di un nuovo Governo, appare come una fuga in avanti, un passo più lungo della gamba. Più che “populiste”, le organizzazioni sindacali che hanno detto no alla proposta di Calenda sono rimaste “vicine al popolo”: sarà alle sigle sindacali e al futuro governo, e non a un ministro uscente, che i lavoratori e le loro famiglie chiederanno conto, un domani, del rispetto di un eventuale accordo.
Sullo sfondo della trattativa che è saltata ieri, è purtroppo lunga la lista delle vertenze che restano drammaticamente aperte nonostante la sottoscrizione di precisi accordi.
E’ dal novembre del 2011 che gli operai ex Fca di Termini Imerese, oggi Blutec, navigano nell’incertezza: a tutt’oggi soltanto 100 persone su 700 sono tornate a lavorare, mentre le altre sono in cassa integrazione. Sono passati sette anni.
Stesso destino per l’ex Irisbus di Valle Ufita, in Campania: il 14 settembre 2011 l’ad di Fiat Sergio Marchionne annunciò l’intenzione di chiuderla. Ancora oggi non è stata individuata una soluzione industriale e occupazionale soddisfacente: centinaia di famiglie “sospese”.
Si tratta soltanto di alcuni esempi riguardanti il comparto metalmeccanico, ma sono molte di più le crisi ancora da risolvere, in pressoché tutti i settori: da Alitalia ad Almaviva, da Ex Lucchini ad Alcoa. Una situazione che suona come un grido: serve un esecutivo forte e lungimirante, che rimetta in piedi una solida politica industriale. Possibilmente – con buona pace di Calenda – un esecutivo “vicino al popolo” e capace di calarsi nella viva realtà di chi lavora e teme per il proprio futuro.