Oggi nominare l’Europa immancabilmente fa correre il pensiero ai palazzi di Bruxelles, Strasburgo e Francoforte, dove si decidono i nostri destini spesso, se non in contrapposizione, quantomeno non in sintonia con la volontà e le aspirazioni del nostro popolo. Eppure, senza correre con il ricordo fino alle antiche radici che hanno dato vita all’idea stessa di Europa, ma limitandoci solo alla storia recente dell’ultimo secolo e degli ultimi decenni, c’è stato un lungo tempo in cui l’Italia ha rivestito un ruolo primario come motore politico, sociale, culturale ed anche economico del Continente, ivi compreso quello di Paese fondatore della Comunità, poi Unione, europea. Anche per questo non si può non essere amareggiati constatando che, nelle periodiche classifiche sullo stato di salute degli Stati che compongono la Ue, l’Italia figuri quasi sempre agli ultimi posti. Recentemente si è parlato di occupazione femminile con il nostro Paese, ed in particolare le regioni del Sud, in coda alla classifica. Primato negativo della Sicilia con solo il 29,2% di donne occupate nella fascia di età tra i 15 e i 64 anni a fronte di una media nazionale del 48,9% e di una media europea del 62,4%. Se in Patria si festeggia la lieve diminuzione della disoccupazione giovanile, che a marzo 2018 risulta essere del 31,7% nella fascia 15-24 anni, al confronto con i nostri partner europei ben si comprende come l’Italia sia ancora in profondo ritardo, con un tasso che resta a più del doppio rispetto alla media dell’Unione al 15,6%. Se nel complesso il Vecchio Continente sembra aver superato la crisi con un livello di disoccupazione generale tornato ai valori del 2008, ossia al 7,1%, nel nostro Paese non si riesce a scendere sotto la soglia dell’11%. Peggio di noi solo la Grecia e la Spagna. Questo solo per citare i dati più recenti relativi al mondo del lavoro, senza considerare i ritardi accumulati negli anni in termini di produzione ed innovazione, efficienza dei servizi, istruzione e formazione, rapporti con la pubblica amministrazione, lotta alla povertà e quant’altro. Non è tollerabile riservare all’Italia il ruolo subalterno di terreno di conquista dal punto di vista economico ed industriale o di zona di passaggio e decantazione per le masse di migranti provenienti dall’Africa e dall’Oriente. Tentare di recuperare terreno nel confronto con i partner europei al fine di far uscire il Paese dalla periferia politica, economica e sociale del Vecchio Continente, ruolo che non ci si addice e non ci spetta per storia e potenzialità, resta un obiettivo imprescindibile. Ma per fare ciò occorre una visione complessiva, un progetto di sviluppo per l’Italia ed è anche per questo che occorre, quanto prima, uscire dallo stallo politico ed avere un governo in grado di operare nella pienezza dei poteri e che abbia a cuore i destini del Paese.