di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl
Dall’Istat, che ha pubblicato il report sul futuro demografico del Paese, è giunta una triste previsione per il futuro della Nazione: nel 2065 l’Italia dovrebbe contare sei milioni e mezzo di abitanti in meno. In sintesi le nascite non riescono a superare i decessi, come è avvenuto nell’anno appena trascorso nel quale si è registrato un decremento record della popolazione pari a -183mila unità. Questa tendenza non è destinata a migliorare, anzi, l’Istat prevede che il saldo continuerà a peggiorare. Nel 2024 la differenza tra nati e morti dovrebbe arrivare a -200mila unità, nel 2044 a -300mila, nel 2053 a -400mila. Uno spopolamento concentrato soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno, segno dell’evidente nesso fra decremento demografico e condizioni di vita e di lavoro. Il tutto nonostante le migrazioni verso l’Italia, tenendo anche conto dell’emigrazione italiana all’estero. Naturalmente simili stime, dato il lungo periodo di previsione, sono incerte ed aleatorie e resta la speranza che adeguate politiche riescano a cambiare le condizioni che hanno dato origine a questa tendenza. Alla base di questo fenomeno ci sono molte concause, profonde e complesse, oltre che di tipo socio-economico anche di matrice culturale, ma ciò non esime dal dovere di pretendere che vengano poste in atto politiche in grado di offrire aiuti concreti per la natalità. Adeguati interventi dal punto di vista fiscale, un’offerta di servizi maggiormente soddisfacente, politiche abitative, accesso al credito. Insomma, che si mettano in atto interventi capaci di rendere un po’ più semplice affrontare la sfida della genitorialità e della famiglia, al fine di invertire questa tendenza. Anche e soprattutto a partire dal mondo del lavoro, nel quale, nella gran parte dei casi, la genitorialità, e soprattutto la maternità, è vista sostanzialmente come un ostacolo dal punto di vista professionale, oggi ancora più di ieri in un periodo dominato dalla precarietà. Il cambiamento radicale che deve guidare un nuovo approccio alla questione denatalità consiste in un superamento della visione individualista, ancor più esasperata in epoca di ultra-liberismo economico e valoriale. Avere un figlio è certamente una scelta individuale, una vicenda personale o familiare, ma non solo: è anche una questione collettiva, in una società che vuole credere nel proprio futuro. Che comporta conseguenze economiche e politiche e determina la stessa sopravvivenza della Nazione. Per questo deve restare una scelta libera e personale, ma allo stesso tempo deve essere adeguatamente tutelata e supportata perché se ne riconosce l’intrinseca natura positiva per lo sviluppo del Paese. Oggi, invece, ciò ancora non avviene se non troppo limitatamente e le famiglie sono lasciate sostanzialmente sole nello scegliere i figli, la vita, il futuro. Proprio e della propria Nazione.