di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl
All’indomani del Primo Maggio è necessaria una riflessione sui cambiamenti in atto nel mondo del lavoro. Risuona l’eco della giornata appena trascorsa: la nostra manifestazione silenziosa, che ha voluto ricordare il dramma delle morti bianche, la musica dell’ormai fin troppo consueto – parolacce comprese – concertone di Piazza San Giovanni, il frastuono degli scontri di Parigi. Le notizie più fresche dicono che dovremmo rallegrarci della crescita dell’occupazione, che sale al 58,3%, livello più alto dal 2008, e che aumenta anche fra i giovani, mentre il tasso di disoccupazione si stabilizza all’11%, ancora superiore ai livelli pre-crisi, ma in diminuzione. In calo gli inattivi. Ma gli echi del Primo maggio ci ripetono qualcosa di diverso. Lo stato del mondo del lavoro, in Italia come in Europa, non è sintetizzabile semplicemente nei numeri delle statistiche. Perché oggi il lavoro non è più solo uno, quello di una volta, quello del vecchio contratto a tempo indeterminato. Nel mondo attuale tutto è cambiato, le nuove forme di lavoro create con l’introduzione della flessibilità – leggasi precarietà – hanno fatto sì che nel novero degli occupati rientrino anche coloro che lavorano solo per poche ore a settimana. Anche chi ha formalmente un impiego ma non il conseguente ritorno in termini di stabilità economica. Andando a fondo nell’analizzare i numeri si osserva che se aumenta, di 190 mila unità, il numero complessivo degli occupati su base annua, la crescita riguarda esclusivamente i lavoratori a termine, +323 mila, mentre calano i permanenti, dove si registra la perdita di -51 mila posti di lavoro e gli indipendenti, -81 mila. Crescono gli occupati ultracinquantenni, +391 mila, – i costretti al lavoro dalla Fornero? – e, in misura minore, i 15-34enni, che aumentano di 46 mila unità – i riders di Foodora? – mentre calano i 35-49enni (-246 mila), ovvero quelli che avrebbero per ragioni anagrafiche maggior necessità, per sé e per la generale tenuta economica e sociale, di lavorare, di comprare casa, di metter su famiglia. Aumentano quantitativamente, seppur con tutti questi limiti qualitativi, gli occupati, e così aumentano di nuovo le morti sul lavoro. Ed ecco l’immagine delle sagome bianche Ugl. Ci si sente isolati in un mondo del lavoro sempre più minacciato da robot e precarietà senza che ci sia un adeguata protezione fatta di ammortizzatori sociali, formazione, inserimento. Ed ecco che «Lo stato sociale» viene visto con nostalgia e diventa il nome di una band di culto fra i giovanissimi. Gli alfieri dell’establishment, Renzi come Macron, vogliono farci credere che flessibilità e perdita di diritti sono sinonimi di efficienza e modernità. Ed ecco gli scontri di Parigi. Il lavoro – quello vero, sicuro, tutelato, retribuito – resta il vero obiettivo, la vera questione cruciale che ancora attende serie risposte.