di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

La direttrice generale del Fmi, Christine Lagarde, da un lato afferma che il debito mondiale, pubblico e privato, ha raggiunto la quota record di 164.000 miliardi di dollari e che le economie avanzate hanno accumulato un indebitamento elevatissimo, a livelli che non si vedevano dalla Seconda Guerra Mondiale, che «rende i governi, le aziende e le famiglie più vulnerabili a una stretta delle condizioni finanziarie». Contemporaneamente dice però che l’economia globale è in ascesa, con previsioni di crescita al 3,9% per il 2018 e il 2019 in un quadro che definisce «luminoso», con le famiglie e le aziende ben intenzionate ad incrementare le proprie spese. Si cresce, quindi, ma aumenta il debito. Proprio in questo momento luminoso, onde evitare che si addensino «nubi più scure all’orizzonte» la leader del Fmi invita i governi a proseguire sulla strada delle riforme, perché, ha detto con una metafora, «il tetto va riparato nei  periodi in cui splende il sole». Le riforme suggerite le conosciamo bene, si tratta delle note e già sperimentate politiche ultra-liberiste in fatto di scambi ed austere quando si tratta di diritti sociali e del lavoro. Al contrario i governi, per la Lagarde, dovrebbero evitare tutte le forme di protezionismo, con un chiaro riferimento alla questione dei dazi americani, ma non solo. Secondo la direttrice del Fmi, che pure ammette che esistono pratiche commerciali scorrette da eliminare, comunque le restrizioni all’import fanno male a tutti, soprattutto ai consumatori più poveri. Un’analisi che non tiene conto del fatto che con l’attuale modello di globalizzazione, nonostante la crescita, il mondo si trova ancora in un profondo stato di squilibrio e diseguaglianza, aggravato da una spirale di debito allarmante. Al momento una grossa parte del processo di globalizzazione si fonda sul dumping sociale ovvero sui vantaggi determinati dal diverso costo della vita e dalle diverse leggi su produzione e lavoro che esistono nelle varie aree del pianeta. Al miglioramento delle condizioni di vita nei Paesi asiatici, che comunque restano a livelli per noi occidentali inaccettabili, corrispondono l’impoverimento delle classi medie negli Stati di antica industrializzazione e le migrazioni epocali dalle aree più povere ed instabili del mondo. Più che continuare a propugnare vecchie e inefficaci ricette contrastando chi cerca di difendere i propri interessi nazionali, occorrerebbe che le istituzioni internazionali che hanno finora governato il processo di globalizzazione, come il Fmi ma anche il Wto e la Banca Mondiale, modificassero il proprio ruolo e le modalità di intervento facendo in modo che le tematiche relative a tutela del lavoro, salute ed ambiente, concorrenza sleale non rivestano più un ruolo secondario ma siano una precondizione necessaria da tutelare in modo efficace.