di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Il fine settimana appena trascorso e che avrebbe dovuto “portare consiglio” in vista della seconda tornata di consultazioni al Quirinale, ci sta consegnando al posto di una possibile squadra di Governo uno sterile dibattito intorno al “vecchio e al nuovo” della politica.
È soprattutto Luigi Di Maio, il leader del M5s, ad essersi autoincoronato “nuovo”, utilizzando tuttavia i vecchi metodi del distruttore, etichettando come “vecchio” l’altrui schema o, sarebbe meglio dire, coalizione a causa della presenza di un veterano della politica nel centro-destra come il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi.
Si tratta di un’opinione che ovviamente Luigi Di Maio è libero di esprimere, ma che è già diventata palese contraddizione quando lo stesso ha deciso di “offrire” un’alleanza di Governo sia alla Lega di Matteo Salvini sia a un Pd “targato” Matteo Renzi o eventualmente Paolo Gentiloni, come se il Pd, seguendo tutte le sue mutazioni, non fosse il più vecchio tra i partiti presenti in Parlamento, come se non avesse perso le elezioni lo scorso 4 marzo, come se ci fosse una differenza, al di là dello stile, tra Renzi e Gentiloni.
Ma la realtà del Paese sta nelle parole che Matteo Salvini ha rivolto a Luigi Di Maio: «Gli italiani chiedono di fare. Al di là dei veti o delle simpatie, facciamo qualcosa o no? Se la risposta è no, i numeri sono numeri, si torna al voto». Da parte sua il Pd, più stordito dalla sua guerra interna che dalla proposta di Di Maio preceduta da un inedito quanto inusuale invito a sotterrare l’ascia di guerra, ancora non riesce a dare una risposta chiara al’invito dei pentastellati e il perché sta anche scritto nella sonora bocciatura che gli italiani hanno voluto recapitare il 4 marzo all’indirizzo di Largo del Nazareno.
Di nuovo, nella proposta di Di Maio presentata sia alla Lega sia al Pd non c’è assolutamente nulla di nuovo, anzi riemergono vividi i ricordi di alcuni passaggi della Prima Repubblica, di strategie talvolta ambigue, tanto per intenderci, così come il suo palese tentativo di spaccare sia il centro-destra sia il Pd ricorda tanto lo stile V-Day.
Poiché non c’è nulla di più politico di una trattativa, parola nobilissima, due o più trattative portate simultaneamente avanti, ancorché alla luce del sole, per un movimento “di rottura” come il M5s suona se non come una sconfitta come una radicale inversione di identità.
E così, seguendo le continue provocazioni e suggestioni di Luigi Di Maio, si sta perdendo di vista il vero nocciolo della questione e cioè il cambiamento, la discontinuità che la maggioranza degli italiani che sono andati a votare hanno chiesto a tutta la politica, vecchia o nuova che sia.