di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl
In questi giorni di consultazioni, uno dei temi più discussi è quello relativo alle politiche del lavoro, dei sussidi in caso di disoccupazione e della loro connessione ad attività di formazione nell’ambito di una revisione del sistema dei centri per l’impiego al fine di potenziare l’incontro fra domanda ed offerta di lavoro. Ne ha parlato anche Maurizio Sacconi in un articolo apparso sul Bollettino Adapt. L’esponente di Energie per l’Italia ha tracciato un quadro della situazione, notando un complessivo moto di ritorno allo Stato, dopo anni di competizione politica incentrata sui principi del libero mercato, nella quale, come fa giustamente notare l’ex ministro, le posizioni liberiste più estreme sono state assunte dalla sinistra, mentre dall’altra parte permaneva un «centrodestra preoccupato della coesione sociale». Anche sulla faccenda dei centri per l’impiego, dopo anni nei quali si cercava di ridurre il peso dello Stato, ora emerge la ricorrente richiesta di sostenere le strutture pubbliche. Se è vero che il sistema pubblico va migliorato, soprattutto dal punto di vista organizzativo, eliminando ad esempio le troppe discrasie territoriali fra i sistemi di valutazione delle competenze, è anche vero, come afferma Sacconi, che non si può pensare di risolvere la questione occupazionale con un ritorno ad un sistema ormai molto lontano negli anni e che fra l’altro non ha mai funzionato. In Italia, infatti, il sistema di collocamento è stato liberalizzato già a partire dagli anni ’90, periodo nel quale è stato assegnato alle Regioni il compito di occuparsi del mercato del lavoro, e poi soprattutto con la Riforma Biagi del 2003, che ha introdotto le Agenzie per il Lavoro private in concorrenza con i Centri per l’Impiego pubblici. Nel nostro Paese continuano, però, ad essere pochissimi i disoccupati che trovano un impiego tramite il collocamento, per lo più appartenenti a categorie protette, mentre la maggior parte delle persone, se sono alla ricerca di un’occupazione, si rivolgono alle cosiddette reti informali, che continuano ad essere più efficaci, come affermato da Poletti quando parlò della «partita di calcetto» con una battuta forse infelice, ma in buona parte veritiera. Per meglio raccordare domanda ed offerta di lavoro ha ragione Sacconi nel dire che non serve «più Stato», più risorse agli uffici pubblici, pure necessarie al confronto con i partner europei. Serve piuttosto mettere a sistema un compiuto modello di «welfare to work» composto da indennità economica, ricerca del lavoro, riqualificazione professionale e formazione, ivi compreso un migliore orientamento scolastico. Un sistema che escluda chi rinuncia al lavoro o alla formazione, che si basi su programmi di formazione certificabili e standardizzati a livello nazionale, che metta in rete i diversi enti – pubblici e privati – a ciò preposti.