di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl
Lo scandalo cibernetico che ruota attorno a Cambridge Analytica ed ai dati sottratti agli utenti tramite Facebook rende certamente doverose delle rigorose indagini. Sono altrettanto necessarie leggi adeguate, in grado di tutelare al meglio la riservatezza e la correttezza nel trattamento dei dati. Bene ha fatto, anche se in modo un po’ tardivo, Zuckerberg ad assumersi le proprie responsabilità. Giusto spingere affinché i giganti del web che operano in Europa siano rispettosi delle leggi sulla privacy e contribuiscano finalmente in modo equo al sistema fiscale e quindi sociale. Ma, oltre a queste debite considerazioni, l’impressione che resta è quella di una notevole dose di strumentalizzazione. Lo scandalo, infatti, segue un copione che conosciamo bene e che viene puntualmente recitato ogni volta che nello scenario politico si affermano forze non appartenenti alla tradizione progressista, di sinistra, insomma di quelli che si sono autoproclamati «dalla parte del giusto». In sintesi: quando vincono loro il popolo è finalmente consapevole e pronto alla riscossa. Vengono esaltate tutte le magnifiche virtù della saggezza popolare. Quando perdono, invece, la musica cambia. «Non ci hanno capiti», dicono. I più autocritici si spingono addirittura a dichiarare: «ci siamo spiegati male». Scompare la saggezza popolare e la massa diventa improvvisamente becera, smossa solo da bassi istinti, ignorante, pronta ad essere raggirata. Difficilmente è contemplato il dubbio di aver, loro, capito male la realtà, sbagliato analisi e proposte. E, se la sconfitta è particolarmente bruciante, si arriva a dire che chi ha vinto lo ha fatto con la truffa e con l’inganno. Nel caso in questione emerge, quindi, il sospetto che lo scandalo sia direttamente collegato all’avanzata del sovranismo e del populismo, seppure incarnati da interpreti così diversi fra loro come Trump, i fautori della Brexit o le destre europee. È vero, le nuove tecnologie della comunicazione, internet ed i social network senz’altro sono uno strumento potente che consente alle aziende così come ai partiti politici – tutti – forme invasive di analisi comportamentale sui gusti di consumatori/elettori ed anche di tentare di convogliare tali gusti su specifiche proposte. Ma quella sui social, ivi compresa quella svolta a forza post su misura e di like dei cosiddetti «bot », resta una comunicazione in gran parte autoreferenziale fra addetti ai lavori o utenti già politicizzati. Arrivare a modificare il comportamento dell’opinione pubblica con le fake news è un’impresa fin troppo ardua e forse per spiegare l’avanzata delle destre basta il contatto con la realtà, quella vera e non virtuale, quella del fallimento delle magnifiche sorti e progressive promesse dai fautori della globalizzazione, che finora non ha fatto aumentare che povertà, diseguaglianze ed insicurezza.