di Caterina Mangia
Nove donne su dieci, in Italia, sono “addette” alle cure familiari. Sono più studiose degli uomini, ma penalizzate sul lavoro. Chi ha almeno un figlio fatica molto di più a mantenere un’occupazione.
Questo il quadro che emerge dagli studi diffusi da numerosi e differenti Istituti in vista dell’8 marzo: sovraccaricate di compiti e mansioni, sottopagate e “sottostimate” rispetto agli uomini, alle prese con un ménage da equilibriste, le donne si barcamenano con tante, troppe difficoltà quotidiane. Nonostante la ricorrenza, dunque, c’è ben poco da festeggiare.
Un’indagine Ipsos presentata oggi a Roma a un evento di Farmindustria, in collaborazione con Onda-Osservatorio nazionale sulla salute della donna, sottolinea che le donne italiane sono le “caregiver” per eccellenza nel nostro Paese, ovvero le persone preposte alla cura dei familiari: l’analisi di un campione di 800 adulte rivela che soltanto il 14% delle italiane dai 18 anni in su non è coinvolto da ciò che concerne la prevenzione, la diagnosi o la terapia di problemi di salute dei componenti familiari. Al contrario, una donna su due che si ammala si “arrangia” da sé, e il 29% affronta da solo anche gli eventi più gravi.
Il difficile equilibrio tra il tempo da dedicare alla famiglia e quello prestato al lavoro, in particolar modo in caso di prole, emerge con nitidezza nel rapporto “La condizione occupazionale delle donne con figli” dell’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro, secondo cui il tasso di occupazione delle donne che hanno almeno un erede è inferiore del 15% rispetto a quello di chi ha figli.
Eppure, un maggior coinvolgimento del genere femminile nelle imprese gioverebbe non soltanto alle lavoratrici, ma alle stesse aziende: lo studio “Gender Balance” del Gruppo Sodexo, effettuato su 70 aziende internazionali nel quinquennio 2011-2016, dimostra che il giusto bilanciamento tra i sessi influenza positivamente l’andamento delle imprese e ne potenzia il business del 12%.
Secondo uno studio di Almalaurea, inoltre, le donne hanno un percorso formativo più brillante rispetto a quello maschile, ma ciononostante scontano forti differenze retributive, contrattuali e occupazionali. E’a partire dalle scuole medie inferiori che le ragazze dimostrano un migliore andamento, con il 35% che ottiene voti sopra ai nove decimi a fronte del 26% dei maschi. Anche le laureate, con il 56%, sono la maggioranza rispetto agli uomini: tra le universitarie, la quota di chi completa nei tempi gli studi è del 51%, mentre soltanto il 46% degli studenti fa lo stesso. Analizzando i dati occupazionali a tempo indeterminato a cinque anni di distanza dal conseguimento del titolo di studio, emerge che il 61% degli uomini ottiene un contratto di tale tipologia, a fronte del 52% delle donne.