di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl
All’indomani delle consultazioni elettorali non ci si può esimere dalle necessarie riflessioni sull’esito del voto. Le lunghe file ai seggi non hanno scoraggiato gli italiani: l’affluenza complessiva, nonostante le lungaggini causate dai nuovi tagliandi antifrode, ha infatti tenuto, attestandosi attorno al 73%. Ed ora, ad urne chiuse, i risultati sanciscono la decisione finale del popolo sovrano. Emergono vincitori e vinti: mantiene saldamente il suo 30% e più dei voti il Movimento 5 Stelle, primo partito, ed esplode la nuova Lega di Salvini, oggi leader indiscusso del centrodestra, che centra l’ambizioso traguardo del 18%. La coalizione di centrodestra è in testa fra i tre poli, con un complessivo 37%. Questi i vincitori. Fra gli sconfitti, in primis Renzi ed il suo Pd, ridotto ormai ai minimi storici, ma anche i tentativi di cercare nuovo consenso a sinistra, con i flop di LeU e +Europa. In calo anche la destra liberale di Berlusconi, con FI ormai seconda forza della propria coalizione. A fronte di questi risultati si prospettano scenari particolarmente complessi laddove, data l’assenza di una chiara maggioranza in grado di formare un governo, è possibile per il momento solo ipotizzare le più fantasiose alchimie fra partiti fra loro lontanissimi, ma in grado di raggranellare i seggi necessari alla Camera ed al Senato. I leader giocano a carte coperte in attesa di maggiori certezze e si inizierà probabilmente a comprendere meglio quali saranno le possibili alleanze alla prima vera prova del nuovo Parlamento, ossia l’elezione dei presidenti di Camera e Senato prevista per il prossimo 23 marzo. Ma queste sono riflessioni da fare a partire da domani. Oggi, invece, analizzando il voto, si osserva innanzitutto un dato: la vittoria delle diverse forze etichettate come «populiste». Quelle, fra l’altro, maggiormente osteggiate dal cosiddetto mainstream, ossia dai giornali e dalle televisioni, dagli intellettuali, insomma dalla cultura dominante del politicamente corretto. Ecco, se c’è una cosa chiara che emerge dalle urne è che la gran parte degli italiani chiede un radicale cambiamento rispetto al passato, sia dal punto di vista delle politiche che della classe dirigente chiamata ad interpretarle e realizzarle. Questo accomuna i vincitori al di là delle evidenti differenze in termini sia di proposte che di visioni. Vincono i «nuovi» e perdono i «vecchi». Vince chi riesce a interpretare la rabbia popolare e perde chi tenta di nasconderla sotto il tappeto del buonismo e dell’ottimismo forzato. Al vecchio establishment, accusato, a torto o a ragione, di aver portato l’Italia in una situazione economica e sociale chiaramente insoddisfacente per molti nostri concittadini, ormai da anni costretti a convivere con povertà, precarietà, disoccupazione, insicurezza sociale, è stato chiesto con decisione di farsi da parte.