di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl
Si consumano gli sgoccioli di questa breve, ma dura campagna elettorale. Dopo la fine della seconda repubblica, con le dimissioni di Berlusconi e del suo governo, attraverso l’intermezzo Monti e la non-vittoria del Pd nel 2013, per sette anni abbiamo vissuto uno stallo politico ed istituzionale che ha lasciato l’Italia alle prese con i deboli governi di una sinistra sempre più acritica interprete dei dettami dell’Europa, della finanza, dell’ultraliberismo. Ora, a breve, qualcosa è destinato a cambiare e ci si prepara alla resa dei conti del 4 marzo. Le scelte di una sinistra – non solo italiana – fattasi alfiere della peggiore globalizzazione hanno determinato una forte crescita della destra, ormai pressoché unica interprete delle sempre più diffuse richieste di sovranità, sicurezza, protezione del lavoro e della produzione nazionale. Una destra in crescita in tutta Europa ed anche in Italia. Ed ecco tornare, per tentare di arginare questa onda, l’unico collante di una sinistra ormai priva di identità ed autorevolezza: un redivivo scontro ideologico improntato sull’antifascismo più fanatico. Speravamo che quel tipo di estremismo fosse stato consegnato alla storia, ma così non è stato. Ed una ragione c’è. Se alla destra è stato chiesto in questi anni, continuamente e costantemente, di fare i conti con l’eredità del fascismo sconfitto dalla guerra e con le colpe del regime ed oggi non esiste alcuno, neanche nei movimenti più radicali, che non abbia una visione critica di quel passato, lo stesso non è avvenuto a sinistra. Il non aver avuto in Italia, fortunatamente, l’esperienza diretta del socialismo reale non giustifica la mancanza di autocritica in una sinistra che – sorda e cieca rispetto alle evidenze della storia – ancora si ritiene investita di una presunta superiorità morale, dimenticando che il comunismo in ogni sua applicazione concreta non ha prodotto che dittature, eccidi, miseria ed oppressione. In questo mefitico microclima che appesta la sinistra, talmente aggrappata all’illusione di tale presunta superiorità da non rendersi conto di essersi trasformata nel più feroce cane da guardia del peggior capitale, quello della finanza, si sviluppano episodi altrimenti inspiegabili come quello della maestra invasata, capace di augurare la morte alle forze dell’ordine perché a suo avviso «colpevoli» di impedire a dei manifestanti violenti di impedire un incontro politico, benché di avversari, benché di estremisti, comunque autorizzato e soprattutto pacifico. Perché è questo che è mancato, alla «cattiva maestra» come ai suoi compagni, imbevuti di odio cieco fomentato dai veri cattivi maestri di una sinistra autoreferenziale e supponente: l’oggettività di giudicare i comportamenti reali senza la lente distorta dell’ideologia, verificando chi, qui e ora, compie atti violenti ed antidemocratici e chi no.