di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

I dati più o meno erano già in larga parte conosciuti, però continua a fare un certo effetto leggerli uno di seguito all’altro, così come è possibile fare scorrendo il rapporto dell’Osservatorio della salute. Al Sud si vive mediamente di meno rispetto alle altre macroaree del Paese. Abitare a Napoli o a Caserta significa avere una speranza di vita inferiore di oltre tre anni rispetto, ad esempio, a risiedere a Firenze. Tre anni, oltre mille giorni: una enormità. Così come avere un titolo di studi aiuta a vivere più a lungo, piuttosto che non averlo, fino a cinque anni in più. Ciò accade per carenze infrastrutturali – la rete ospedaliera nel Mezzogiorno presenta evidenti gap in termini quantitativi e, prima ancora, qualitativi -, ma anche per un deficit culturale che non aiuta a mettere in campo corretti stili di vita. Sarebbe, però, errato pensare che tutto sia riconducibile ad un ospedale che manca o ad una sigaretta o un bicchiere di vino o un superalcolico in meno. La questione è più ampia ed investe direttamente il grande tema della previdenza in Italia. La riforma Fornero, come noto, ha equiparato tutti i lavoratori, fissando un’unica età pensionabile, con la sola eccezione di alcune categorie di dipendenti addetti in una quindicina di attività faticose, che possono accedere alla cosiddetta Ape sociale, o a quelli ricadenti nella disciplina dei lavori usuranti. Tutto purtroppo si lega. Nel Mezzogiorno, le occasioni di lavoro sono poche e precarie e, conseguentemente, le persone vivono male questa situazione; il forte stress è fonte di malattia che si riflette nel tempo. Senza lavoro, peraltro, si è anche costretti a rivedere la propria dieta alimentare, rinunciando magari alla qualità dei prodotti più costosi. A lungo andare, ciò debilita il fisico e la mente della persona, che finisce per ammalarsi. Lasciare presto gli studi, cosa che continua ad accadere troppo spesso nel nostro Paese, nonostante qualche timido miglioramento negli ultimi anni, significa condannarsi nella maggior parte dei casi ad un lavoro pesante, poco qualificato, ancora meno retribuito, tutte condizioni che evidentemente favoriscono l’insorgere di malattie. La recente di legge di bilancio ha previsto l’istituzione di due commissioni di esperti, una per dividere all’interno del bilancio dell’Inps la quota previdenza da quella assistenza, la seconda per valutare il diverso impatto dei lavori sulla speranza di vita. Ebbene, quest’ultima dovrà valutare con attenzione anche i fenomeni individuati con il rapporto dell’Osservatorio della salute. Perché, se oltre a fare un lavoro usurante, abito anche nel Mezzogiorno ed ho un basso titolo di studio, la speranza di vita mi si riduce drasticamente. I pochi anni di pensione non possono servirmi soltanto per andare in farmacia o in un ambulatorio.