E così, “grazie” a Embraco, Calenda ha scoperto che in Italia c’è una “questione delocalizzazioni” da risolvere, a meno di due settimane dal voto e dopo che ci siamo fatti portare via di tutto, in particolare al Sud, dall’automotive agli elettrodomestici, senza dimenticare le telecomunicazioni e i call center, “luoghi” delle più selvagge delocalizzazioni. Adesso, solo adesso, Calenda pensa ad «un globalization adjustment fund, un fondo di reindustrializzazione che prevenga le delocalizzazioni e metta pacchetti che vadano oltre la normativa sugli aiuti di stato per chi vuole andare a produrre altrove in Europa in condizioni di vantaggio legate al diverso grado di sviluppo dei Paesi. Abbiamo bisogno di strumenti più forti». Anche una vera politica industriale, prima, non avrebbe fatto male.
Più passano i giorni più il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, perde il suo aplomb istituzionale per trasformarsi in uno dei più agguerriti sindacalisti: apostrofa senza mezzi termini i rappresentanti dell’azienda brasiliana, attacca i consulenti del lavoro «italiani» e si prende in carico del destino dei 500 lavoratori, ai quali verrà offerta nulla di più che una cassa integrazione straordinaria.
Quindi oggi è partito alla volta dell’Europa per incontrarsi con la Commissaria europea alla Concorrenza, Margrethe Vestager, e chiederle di «trovare un modo per correggere quella che è una stortura». Ma al Mise non c’è una sola vertenza da risolvere, ce ne sono più di un centinaio e per quelle poche che si risolvono positivamente, come Ideal Standard ad esempio, ce ne sono molte di più che purtroppo girano a vuoto. Basti pensare alla ex Irisbus, ex stabilimento Fiat che produceva autobus di linea delocalizzati in Francia: gli operai sono da anni in cassa integrazione e attendono ancora un progetto vero di reindustrializzazione.
Calenda promette: «La Commissaria europea mi ha assicurato che la Commissione è molto intransigente nel verificare i casi segnalati in cui c’è un problema o di uso sbagliato dei fondi strutturali, o, peggio, di aiuto di Stato per attrarre investimenti da Paesi che sono parte dell’Ue». Scopriranno l’acqua calda anche in Europa? Chissà. Sostiene infatti Matteo Salvini: «La Lega ha avuto sempre ragione a denunciare che le regole europee danneggiano lavoratori e aziende». Tanto ciò è vero che la richiesta di Carlo Calenda è in realtà una deroga ai trattati per evitare di cadere nella trappola dell’aiuto di Stato, accusa che a sua volta rivolge alla Slovacchia. L’unica soluzione è trovare un’azienda disposta ad investire. Lo dice persino il Sen. (Leu) Giorgio Airaudo, ex sindacalista Fiom: «Calenda non se la può cavare buttando la palla in Europa perché questo non consente di affrontare nei tempi necessari il dramma dei licenziamenti all’Embraco».
Intanto la fatidica data del 4 marzo si avvicina.