di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Ormai siamo entrati nell’era 4.0. Volenti o nolenti. Che cosa poi voglia dire esattamente questa espressione dal punto di vista del lavoro dipendente ce l’hanno recentemente spiegato Carlo Calenda e Marco Bentivogli sulle pagine de Il Sole 24 Ore nel noto programma titolato «Un Piano industriale per l’Italia delle competenze». Servono nuovi modelli di organizzazione del lavoro, ci dicono, e probabilmente hanno ragione: molte cose sono cambiate, grazie soprattutto alle nuove tecnologie informatiche, e quindi anche il lavoro è destinato a cambiare diventando più agile, meno legato ad orari prestabiliti e alla presenza fisica nei luoghi di lavoro, più connesso alla formazione ed alle  competenze, per affrontare le sfide del futuro. Fin qui tutto bene. Ma il rischio è quello di lasciare un orizzonte di diritti perfettibile ma certo per un futuro che attualmente – vedasi il caso odierno dei braccialetti brevettati da Amazon e delle minori tutele per i dipendenti in tema di videosorveglianza dopo l’emanazione del Jobs Act, che ha ridimensionato il ruolo del Sindacato – non sembra andare in una direzione favorevole ai lavoratori. La modernità, che avrebbe di per sé molte potenzialità positive, per il momento sta tendendo non verso una migliore distribuzione delle fatiche e dei ricavi, ma solo ed esclusivamente verso una compressione dei diritti e delle tutele per i dipendenti in un mondo in cui la forbice del divario sociale è sempre più ampia ed i lavoratori sempre più poveri e precari. Il disegno per la realizzazione del lavoro 4.0 è ormai piuttosto chiaro: prevede il progressivo abbandono del Contratto Collettivo Nazionale. I contratti sono troppi, dicono, vanno ridotte le tipologie, va incentivato un modello contrattuale il più possibile decentrato, oltre le riforme che già sono state fatte. E al palese rischio della riduzione del valore del lavoro una volta svuotata la forza contrattuale nazionale in favore di una contrattazione aziendale che per molte realtà potrebbe voler dire estrema debolezza per i lavoratori, ecco di nuovo rispuntare l’ipotesi del salario minimo legale. Potremmo dirci affascinati da questo modello di relazioni industriali così futuristico se non pensassimo che la conseguenza più immediata ed evidente consisterebbe nell’abbassamento delle retribuzioni al livello minimo nella stragrande maggioranza delle aziende e nella totale impermeabilità del mondo del lavoro sommerso a queste nuove regole, esattamente come a quelle vecchie. Si propone, nel piano, di contrastare tale possibile ipotesi infausta, evidentemente talmente plausibile da non poter essere ignorata, con «la capacità di costruire nuove tutele e diritti sociali» come fu detto, a suo tempo, quando si introdusse la flessibilità assicurando una contemporanea riforma sul tema della sicurezza sociale. Sappiamo come è andata a finire.