Incasellare l’esternazione nel solo ring della politica in vista delle elezioni del prossimo 4 marzo, sarebbe un errore. È vero che Silvio Berlusconi è il leader di una delle principali formazione politiche del nostro Paese, ma è pur vero che è anche uno degli imprenditori di maggiore successo degli ultimi cinquant’anni, ben prima di quando decidesse di scendere in campo, diventando nel 1994 Presidente del consiglio dei ministri. In una intervista radiofonica su Raiuno e poi in una nota, Berlusconi  ha osservato come «il Jobs act sia sostanzialmente fallito, perché non ha indotto le imprese a creare occupazione stabile, ma quasi esclusivamente lavoro precario», aggiungendo: «Quando saremo al governo non torneremo naturalmente al regime precedente, ma introdurremo strumenti più efficaci del Jobs act per correggerne gli effetti distorsivi e incentivare le imprese a creare lavoro stabile». L’ex premier ed attuale segretario del Partito democratico, Matteo Renzi, chiamato in causa, si è limitato a rispondere in maniera ironica, senza rendersi conto che quanto evidenziato da Berlusconi – il quale, ad onor di cronaca, nel comunicato ha attenuato alcune espressioni utilizzate nel corso dell’intervista – è esattamente ciò che in tanti, compresi i sindacati, continuano a ripetergli da tempo. Volendo vincere facile, Renzi, da una parte, ha destrutturato quanto rimaneva dell’articolo 18, dall’altra, ha messo in campo una enormità di risorse finanziarie per bonus e quant’altro che potevano essere investite meglio. Alla fine della giostra, il risultato non può essere valutato positivamente. Questo perché le imprese che hanno utilizzato il bonus contributivo sono sottoposte al solo vincolo del mantenimento del lavoratore in servizio per tre anni – le prime scadenze arrivano ora -, decorsi i quali è licenziabile in qualsiasi momento, con il pagamento di una sola indennità. In molti casi, peraltro, la trasformazione di precedenti contratti a termine è stata con part time involontario, cosa che ha effetti negativi sul reddito presente e sulla pensione futura. Come se non bastasse, la stessa esplosione dei contratti a tempo determinato registratasi negli ultimi tempi è connessa al Jobs act, laddove la riforma renziana ha di fatto cancellato ogni vincolo nell’utilizzo degli stessi. Non solo non è previsto confronto alcuno con il sindacato in azienda, ma l’obbligo di trasformazione in contratto a tempo determinato decorsi trentasei mesi è facilmente bypassabile, poiché la nuova normativa prevede che i diversi contratti a tempo determinato siano per mansioni di pari livello e categoria legale; al datore di lavoro, per così dire, più scaltro è sufficiente riassumere il lavoratore con una mansione di livello superiore (o inferiore) ed il gioco è fatto per altri trentasei mesi meno un giorno. E così via, vita natural durante.