Abbiamo più di un problema, altro che una sola «mucca in corridoio» per parafrasare Pierluigi Bersani in procinto di lasciare il Partito democratico. Ad una lettura superficiale, i numeri presentati oggi dall’Istat sul mercato del lavoro sembrerebbero buoni, non eccezionali, ma sicuramente indicativi di una tendenza in atto: la crescita del prodotto interno lordo si sta piano piano riflettendo sull’occupazione. Andando, però, un poco più a fondo, si comprende facilmente come non siano tutte rose e fiori, anzi. L’occupazione cresce in tutte le sue componenti, ad eccezione della fascia di età 35-49 anni. L’incremento, peraltro leggero, degli occupati fra i giovani non deve sorprendere più di tanto: negli ultimi anni, si è toccato il punto più basso, per cui siamo davanti ad un evento positivo, ma che rientra nelle normalissime oscillazioni statistiche. Del resto, siamo leader in Europa per i neet, i giovani che non studiano né lavorano. La crescita fra gli over 50, viceversa, è il frutto dell’innalzamento dell’età pensionabile, mentre quanto sta accadendo nella fascia centrale, in quella più corposa, quella composta da padri e madri di famiglia, è la fotografia più evidente delle carenze del sistema italiano: l’assenza di politiche attive, la mancata riqualificazione del personale, l’eccessiva flessibilità avviata con la riforma Treu e portata a compimento con il Jobs act, il progressivo affermarsi dei contratti a tempo determinato, tutto concorre alla marginalizzazione di centinaia di migliaia di lavoratori e di lavoratrici. Non è un caso che la disoccupazione cala in maniera molto lenta ed anzi aumenta proprio fra gli over 35.