di Caterina Mangia
Il posto fisso? Una chimera, ormai nel cassetto di pochi “sognatori”.Agognato, cercato, oggetto di dibattito e di riflessioni, fino ad essere il tema principale di “Quo Vado”, uno dei più grandi successi cinematografici degli ultimi anni, in cui Checco Zalone bambino proclama di voler fare da grande “il posto fisso”, il sogno di avere un’occupazione stabile dovrebbe essere qualcosa di realizzabile in una Repubblica – la nostra – “fondata sul lavoro”.Eppure, la maggior parte degli italiani non crede più alla sua esistenza: il lavoro “non precario” è ormai quasi una leggenda, un oggetto fuori produzione, un’aspirazione sempre meno diffusa, quasi una “visione” da archivio mitologico. La conferma di questo trend arriva da Randstad Workmonitor, l’analisi trimestrale effettuata da Randstad sul mondo del lavoro, da cui emerge che il 74% dei lavoratori, ovvero tre su quattro, è rassegnato all’idea che non sia più possibile avere un’occupazione continuativa presso lo stesso datore di lavoro per tutta la vita. Le più pessimiste, o forse le più realiste, sono le donne: il 77% avverte la precarietà del lavoro, a fronte del 70% degli uomini. Analizzando per fasce di età, si nota che il 76% dei dipendenti tra i 45 e i 67 anni non crede più al posto fisso, mentre i “disillusi” sono meno tra i giovani, ovvero il 72%.A causa della prepotente sensazione di avere un lavoro “provvisorio”, il 91% dei lavoratori investe nella formazione continua; il 44% di essi – quasi la metà – accetta riduzioni di stipendio per la paura di perdere il posto, mentre il 59% è aperto all’eventualità di emigrare o di trasferirsi temporaneamente all’estero pur di trovare un impiego adeguato. La fotografia che ne emerge è quella di un Paese impaurito, rassegnato all’instabilità, ricattato dalla precarietà, in cui è difficile fare progetti a lungo termine: non sorprendono i dati drammatici sulla natalità dell’Istat, secondo cui dal 2008 ad oggi sono 100mila le “culle” in meno. Per Marco Ceresa, amministratore delegato di Randstad Italia, «gli italiani hanno ormai preso consapevolezza della dinamicità del mercato del lavoro. Diverse sono le strategie messe in atto dai dipendenti per rispondere alle sfide della flessibilità: gli italiani sono tra i primi nel cercare una risposta di tipo propositivo». Siamo quindi un popolo intraprendente: tutto sta nel capire se siamo combattivi per propensione o per necessità, per predisposizione o per “disperazione”.