Una sentenza della Corte di Giustizia Ue ha stabilito che la disciplina del servizio fornito da Uber rientra nell’ambito dei servizi del settore dei trasporti e che di conseguenza può essere disciplinato dai singoli Stati membri. Ora la palla ritorna agli Stati membri che possono disciplinare, “magari” sottoponendo alle regole vigenti nel settore, il servizio offerto da Uber. Questa la risposta giunta a seguito del ricorso proposto da un’associazione di conducenti di taxi di Barcellona che ha accusato la piattaforma di «pratiche ingannevoli e atti di concorrenza sleale».
Secondo la Confederazione europea dei sindacati (Ces) la sentenza determina che «Uber non è solo un’applicazione sugli smartphone, ma un fornitore di servizi di trasporto» e quindi deve aprire il confronto con le organizzazioni sindacali del settore trasporti in ciascun Paese in cui opera. Se per un portavoce di Uber, invece, la sentenza non comporta cambiamenti, «nella maggior parte dei Paesi» in cui è presente e opera secondo la legge sui trasporti, di diverso avviso è il responsabile nazionale Ugl-Taxi Alessandro Genovese: «La multinazionale deve rispettare le normative nazionali in materia di trasporto pubblico non di linea», ciò conferma «la bontà e la correttezza delle decisioni assunte dai tribunali di Milano (2015) e Torino (2017) che avevano qualificato il servizio Uber al pari del servizio Taxi e che, pertanto, in accoglimento ai nostri ricorsi aveva bloccato il servizio su tutto il territorio Italiano».
Il paradosso è che il governo italiano, nell’ultimo confronto avuto con le categorie per la riforma della legge quadro, che vede su un fronte i Taxi e sull’altro Uber e Ncc, ha detto per bocca del viceministro Nencini: «Il mondo è cambiato. Ci viene chiesto di mettere fuori legge le piattaforme tecnologiche. Non è possibile». Evidentemente stava sbagliando.