Dopo tanta fatica, non sembra un bel rinnovo. Le anticipazioni che quotidianamente vengono fatte passare sui contenuti del contratto collettivo nazionale di lavoro del pubblico impiego suscitano perplessità. Anche considerando le condizioni complessive del Paese, alcune delle misure che verosimilmente potrebbero essere adottate non restituiscono serenità ad una vasta platea di lavoratori. Infatti, sia sotto il profilo economico che su quello normativo non mancano aspetti critici. L’incremento promesso, 85 euro, non è sufficiente a recuperare il potere d’acquisto perso dal 2009; serve appena a garantire gli incrementi del triennio che verrà. Come se non bastasse, sanità ed enti locali potrebbero non beneficiare di un aumento stipendiale medio di tale, stante la situazione complessiva di regioni e comuni. Insomma, pochi soldi e neanche garantiti a tutti, almeno ad ora. Il contesto non migliora, se si passano ad affrontare gli aspetti normativi ed organizzativi. La riduzione della pausa pranzo da «almeno trenta minuti» ad «almeno dieci minuti» dopo sei ore di lavoro, di fatto, rende impossibile per il lavoratore fruire di un adeguamento ristoro, con tutto quello che ne consegue in termini di produttività, efficienza e stanchezza. Da qualche parte, già si lancia l’allarme sul riconoscimento dei buoni pasto: non essendo più prevista la pausa, potrebbero in futuro anche non essere erogati. Colpisce e sorprende anche la proposta per la quale. in caso di assenze strategiche di uno o più dipendenti di un ufficio, tutti i componenti sarebbero penalizzati con «significative riduzioni delle risorse», cosa che contraddice ogni principio di diritto sulla colpa individuale delle persone.