di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl
Parafrasando una famosa poesia «poi vennero a prendere i tassisti, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici». Ci sono delle categorie di lavoratori che vengono viste con sospetto, non tanto dall’opinione pubblica, quanto dai mezzi di comunicazione. Fra queste i tassisti. Quali siano le ragioni di tale pregiudizio non è dato sapere, dato che si tratta di una tipologia lavorativa particolarmente faticosa, soggetta ad orari tutt’altro che confortevoli, allo stress del traffico dei grandi centri urbani, al contatto con gli utenti più disparati, specie nelle ore notturne, quando gli autisti rischiano di fare incontri poco piacevoli a bordo delle proprie vetture. I guadagni nella media, le spese in proporzione non certo contenute. Eppure, nonostante queste evidenze, il tassista resta categoria poco amata. Forse per un singolare transfert che ripropone sull’autista il «lusso» del passeggero, che sceglie un mezzo decisamente più confortevole rispetto ai trasporti pubblici. Da diversi anni i nostri tassisti sono al centro di un attacco continuo e senza precedenti e da ciò derivano le proteste, come quella massiccia di ieri, volte a difendere i diritti di questa categoria di lavoratori, che è minacciata dalla concorrenza sleale non solo delle auto a noleggio con conducente, gli Ncc, ma ora soprattutto dalla piattaforma Uber, che sostanzialmente vorrebbe istituire una forma di caporalato digitale nel settore, privo delle tutele che garantiscono non solo i lavoratori, ma anche i passeggeri e gli altri utenti della strada: l’abilitazione professionale, i test sulla dipendenza da alcol e droghe, le assicurazioni automobilistiche maggiorate che sono richieste ai tassisti. Il grimaldello è quello della modernizzazione, della semplificazione che garantirebbe costi più bassi agli utenti, la serratura che si vuole forzare è quella delle leggi a tutela dei lavoratori e dei consumatori che hanno permesso alla nostra società di prosperare. Ricordando che ogni lavoratore è anche un consumatore ed un cittadino, se gli si garantisce un lavoro regolamentato ed economicamente dignitoso, contribuirà al benessere non solo personale ma anche collettivo. Se, invece, il modello è quello della globalizzazione selvaggia, il modello Wal-Mart, il modello Mac Donald, il modello Uber la realtà che ci troveremo di fronte sarà quella di pochi, pochissimi ricchi e una massa di lavoratori precarizzati, con l’evaporazione della classe media. Un futuro pericoloso non solo dal punto di vista della tenuta economica, ma anche da quello della coesione e della stabilità sociale. Per fare un paragone cinematografico, dal nostro bonario «tassinaro» alla Sordi, all’inquietante «Taxi Driver» di De Niro: un lavoro esautorato della sua dignità, un altro tassello per lo sgretolamento del nostro sistema economico e del nostro modello sociale.